«Le impressioni del primo incontro con le deputatesse si possono così riassumere: non fumano, in genere, e in maggioranza non si truccano e vestono con la più grande semplicità». La Domenica del Corriere raccontava così l’ingresso delle donne in Parlamento. Più che ai curricula la stampa era attenta alle acconciature e ai vestiti. Il Corriere della Sera del 2 giugno aveva consigliato alle donne che si recavano alle urne di non mettere il rossetto per evitare di lasciare segni che invalidassero le schede, ma di portarlo con sé «per ravvivare le labbra fuori dal seggio».

A dispetto delle attese, le donne votano in massa: in totale 12 milioni, pari all’89 per cento delle aventi diritto. Il 25, poi, quando le elette entrano al Senato e alla Camera, Risorgimento liberale punta i fari soprattutto su Bianca Bianchi, la prima a varcare la soglia di Montecitorio: «Vestiva un abito color vinaccia, i biondi, fluenti, lucenti capelli sciolti sulle spalle, le conferivano un aspetto d’angelo». Da allora fu detta «la biondissima». Alla Costituente erano state elette in 21 su 556. Un manipolo piccolo ma non sprovveduto. Nove della Democrazia Cristiana (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio), nove del Partito comunista (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due del Partito socialista italiano di unità proletaria (Bianca Bianchi, Angelina Livia Merlin) e una dal Fronte dell’Uomo qualunque (Ottavia Penna Buscemi).

Nella Commissione dei 75, che materialmente elabora il testo della Costituzione, entrano in sei, ma Ottavia Penna Buscemi (che di sé stessa aveva scritto «non sono laureata, non ho titoli accademici, né onorificenze») non si sente all’altezza del compito e si dimette dopo cinque giorni. In aula danno battaglia su tutti i temi. Insistono, con interventi bipartisan, perché non venga tolta la parola «sesso» quando si tratta di definire l’eguaglianza senza distinzioni dei cittadini di fronte alla legge. Chiedono e ottengono che vengano sanciti i principi della parità salariale, dell’uguaglianza tra i coniugi, del diritto di accesso agli uffici pubblici. In particolare intervengono sull’ingresso delle donne in magistratura. Diritto avversato dai pregiudizi di quanti ritenevano le donne inadatte perché in loro «prevale il sentimento al raziocinio», hanno problemi di «resistenza fisica» e un «complesso anatomo-fisiologico» per il quale «la donna non può giudicare». Sono soprattutto la comunista Maria Maddalena Rossi e la democristiana Maria Federici a contrastare questa impostazione, anche se ci vorrà poi il ricorso, nel 1958, di Rosanna Oliva De Conciliis perché finalmente, nel 1963, le donne possano essere ammesse al concorso di magistratura. Toccherà aspettare il 1976 per vedere la prima donna, Tina Anselmi, diventare ministro. E che ministro! Grazie alla sua riforma che istituì il Servizio sanitario nazionale l’Italia è divenuto il secondo Paese al mondo per aspettativa di vita.