Ci sono fatti che interrogano il diritto. Altri che interrogano la coscienza. E altri ancora che interrogano entrambi. La vicenda di Viareggio, culminata nella recente condanna di Cinzia Dal Pino, 65 anni, per aver investito e ucciso volontariamente con il proprio SUV l’uomo che poco prima le aveva rubato la borsa, è una di queste. La sentenza emessa l’11 giugno dalla Corte di Assise di Lucca ha stabilito che non si è trattato di legittima difesa, ma di un’azione volontaria e sproporzionata, compiuta quando il pericolo immediato era ormai cessato.


Cosa era successo quelll’8 settembre 2024? La donna, dopo aver subito il furto della borsa, ha inseguito con il suo SUV il presunto ladro e lo ha investito più volte, schiacciandolo contro la vetrina di un negozio e causandone la morte (al primo impatto, secondo la perizia medico legale). Il video di una telecamera di servizio – raccapricciante – è chiaro ogni ragionevole dubbio.
Quello ancora di più sconcerta è una parte delle reazioni sui social a favore della donna, o meglio contro l’uomo («se l’è cercata»), alla notizia della condanna in primo grado al momento.
Di fronte a questa tragedia, l’arcivescovo di Lucca, monsignor Paolo Giulietti, aveva parlato di «sgomento», ricordando che nessun bene materiale può valere una vita umana e che una comunità civile si misura proprio dalla capacità di non cedere alla logica della vendetta.
Le sue parole meritano oggi, a distanza di anni e a dispositivo della sentenza pubblicata, di essere ascoltate. Viviamo in un tempo in cui la paura dell’insicurezza (uno degli altri temi toccati dai tantissimi messaggi postati sui social) e la caccia allo straniero rischiano, se raggiungono una massa critica, di generare odi e violenze ritenute giustificate da idee giustizialiste e vendicative: chi sbaglia (soprattutto se straniero) perde ogni diritto. Anche quello della vita.
È proprio nei momenti di maggiore indignazione che una società democratica deve invece custodire il principio più difficile: la giustizia non coincide con la vendetta. Se accettassimo il contrario, dovremmo ammettere che ciascuno possa trasformarsi in giudice ed esecutore della pena. Il furto diventerebbe motivo sufficiente per infliggere la morte. La rabbia prenderebbe il posto del diritto. E lo Stato perderebbe il monopolio della forza legittima, come confermano altri post che condannavano lo Stato incapace di “garantire” la sicurezza (si legga la bella intervista all’ex capo della Polizia Gabrielli su Famiglia Cristiana sul tema, al link qui sotto).

Non si tratta di minimizzare la responsabilità di chi ruba. Il ladro resta responsabile delle proprie azioni. Ma proprio perché crediamo nella dignità della persona e nello Stato di diritto, sappiamo che la colpa non autorizza chiunque a decidere della vita altrui. Ogni persona conserva un valore intrinseco, anche quando ha sbagliato. Non è buonismo. È il fondamento stesso della convivenza civile.
Per questo la vicenda di Viareggio non parla soltanto di un processo penale. Ci pone una domanda più profonda: che cosa accade quando la paura e la rabbia prendono il sopravvento sul senso del limite? Che società diventa quella in cui la sofferenza subita viene percepita come una licenza a colpire? Il nostro sgomento evocato nasce proprio da qui. Non solo dalla morte di un uomo e dal dolore di un’altra persona destinata a convivere per sempre con quella colpa. Ma dalla consapevolezza che il confine tra giustizia e vendetta è sottile e fragile. E che ogni volta che lo oltrepassiamo, perdiamo qualcosa della nostra umanità.
In un’epoca in cui i politici ritengono che la risposta debba essere dare pene sempre più dure e risposte sempre più immediate, vale la pena ricordare una verità semplice e controcorrente: la civiltà non consiste nel restituire il male ricevuto. Consiste nel fermarlo senza diventargli simili.