La storia del Consiglio superiore della magistratura è, in fondo, uno specchio fedele della Repubblica italiana. Due stagioni si susseguono: la prima, tra gli anni Quaranta e gli Ottanta, segnata dalla volontà di lasciarsi alle spalle il fascismo; la seconda, dagli anni Ottanta in poi, segnata dall’erosione di quel clima costituente e dall’indebolimento dei riferimenti antifascisti e costituzionali. In questa lunga parabola un ruolo decisivo, spesso sottovalutato, lo ebbero i cattolici.

Gli articoli della Costituzione che riguardano magistratura e Csm nacquero nel contesto del grande “patto costituzionale” tra cristiani, socialisti e comunisti. Ma fu soprattutto nel mondo cattolico che maturò una riflessione decisiva sull’indipendenza della magistratura. I nomi sono quelli che hanno segnato la nascita della Repubblica: De Gasperi, Dossetti, Lazzati, La Pira, Moro.

La lezione del fascismo era chiara. Per evitare che i giudici tornassero a dipendere dal potere politico, bisognava costruire un sistema di autogoverno. Da qui l’idea del Consiglio superiore della magistratura: un organo capace di garantire che i magistrati fossero davvero «soggetti soltanto alla legge». Con il Csm, un’istituzione unica al mondo, i costituenti tradussero nella realtà il principio liberale della separazione dei poteri.

Accanto ai membri togati, un terzo del Csm venne affidato a componenti eletti dal Parlamento. Era il tentativo di tenere insieme indipendenza e collaborazione tra i poteri dello Stato. Un equilibrio delicato: evitare il controllo politico sui giudici ma anche impedire che la magistratura diventasse un corpo chiuso e autoreferenziale. Nella seduta del 12 aprile 1947 il magistrato e giurista Edmondo Caccuri, che sosteneva la composizione del Csm esattamente com’è stata poi approvata, ricordava che «i magistrati non devono avere davanti a sé, come saggiamente si è statuito nella Costituzione, che la legge e la loro coscienza, a meno che non si voglia fare entrare la voce della politica dove deve rimaner sovrana invece la voce della giustizia».

Il disegno dei costituenti non si realizzò subito. La Guerra fredda congelò per anni l’attuazione di molte norme costituzionali. Tuttavia, quando il clima internazionale si allentò, riprese il cammino delle riforme. Fu nella stagione del Centrosinistra che nel 1958 il Csm venne finalmente istituito. Anche in quel passaggio l’iniziativa cattolica fu decisiva: La Pira, Moro, Fanfani, Segni, Gronchi furono tra gli artefici di quel “disgelo costituzionale”.

Per alcuni decenni il sistema funzionò. Tra gli anni Cinquanta e Settanta, nonostante tensioni e contraddizioni, il “patto costituzionale” restò il punto di riferimento della vita politica italiana. La Democrazia Cristiana svolse il ruolo di partito pivot, capace di tenere insieme le diverse componenti del sistema. In quel contesto anche la magistratura cambiò volto. Grazie al Csm e alla Corte costituzionale i giudici abbandonarono progressivamente un approccio formalistico per diventare – come li ha definiti il presidente Sergio Mattarella – «agenti della Costituzione», custodi dei diritti e della legalità.

Il quadro mutò radicalmente dagli anni Ottanta in poi. La crisi dei partiti, l’economia globale e il crescente potere dell’esecutivo ai danni del Parlamento alterarono gli equilibri tra i poteri dello Stato. In Italia la stagione di Mani Pulite accentuò lo scontro tra politica e magistratura, trasformando spesso i giudici in protagonisti della scena pubblica e lasciando un’eredità controversa.