Il Decreto sicurezza che tanto fa discutere in queste ore, varato dal Governo come decreto legge entrato il gazzetta ufficiale il 24 febbraio scorso, deve per i termini previsti dalla Costituzione (60 giorni) riconvertito in legge entro il 25 aprile, diversamente i suoi 33 articoli che contengono varie misure in tema di ordine pubblico, violenza giovanile, armi improprie, tra cui quella sul divieto di vendita di coltelli ai minori decadranno.

L’emendamento contestato

La legge di conversione è già passata al Senato il 17 aprile ma un emendamento di Fratelli d’Italia, proposto da Marco Lisei e passato al Senato, sta rendendo l’approvazione impervia. L’emendamento contiene infatti un “incentivo” da 615 euro, pagati dallo Stato, all’avvocato che assista un migrante se il suo cliente opta per il rimpatrio volontario e se quella persona torna effettivamente a casa. Mentre intanto si toglie l’automatismo del gratuito patrocinio – l’assistenza che lo Stato dà per garantire il diritto di difesa a chi abbia reddito al di sotto di una certa molto bassa soglia – in caso di appello contro la decisione di rimpatrio.

Il rischio di anticostituzionalità e le regole degli avvocati

Il punto è che il diritto di difesa è una garanzia costituzionale (articolo 24 della Costituzione) dovuta a tutte le persone, abbiano o meno la cittadinanza italiana, e non solo non può essere negata al nullatenente, ma soprattutto non può essere distorta alterando il rapporto fiduciario tra l’avvocato e il suo cliente (in questo caso il migrante, ma varrebbe lo stesso per un'altra persona). Se lo Stato paga un avvocato a patto che ottenga un certo risultato, c’è il rischio che l’avvocato faccia il proprio interesse contro quello del suo cliente, ma questo impatterebbe sulle norme costituzionali sul diritto di difesa, sulla deontologia dell’avvocato tenuto a fare l’interesse del cliente nel rispetto delle regole del processo, e persino in alcuni casi sul Codice penale che punisce il patrocinio infedele, ossia il reato che l’avvocato compie se nell’assistere qualcuno aderisce a interessi diversi rispetto a quelli dell’assistito (si pensi per ipotesi a un avvocato che convinca l’assistito a prendere una linea difensiva al cliente meno favorevole rispetto a un’altra perché il legale ne ha un interesse personale più o meno nascosto).

Avvocati e magistrati tutti contrari

È la ragione per cui l’emendamento ha prodotto una sollevazione degli avvocati creando una convergenza di opinioni tra avvocatura e magistratura, che pure si erano schierate in modi diversi riguardo al recente referendum: stavolta Associazione nazionale magistrati, Consiglio nazionale forense (che nega di essere stato avvisato di essere chiamato per altro a distribuire il compenso, cosa non di sua competenza) e Unione camere penali sono tutte d’accordo nel dire che questo emendamento va contro le regole della professione dell’avvocato e stravolge il diritto di difesa.

Sotto la lente del Quirinale

Il 21 aprile si è compreso che la legge di conversione così com’è passata al Senato non passerebbe il vaglio del Quirinale: da un colloquio riservato in serata tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Alfredo Mantovano Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con funzioni di Segretario del Consiglio, è trapelato un «Così proprio non va», che ha fatto intendere che il Capo dello Stato potrebbe rimandare alle Camere il testo della legge scritto in questo modo, come succede quando ci sono evidenti sospetti di incostituzionalità.

L’impasse che si sta creando

Il punto adesso è che il Governo non è disposto a far decadere il decreto sulla cui legge di conversione alla Camera ha posto addirittura il voto di fiducia e allora bisogna correre: entro il 25 aprile non c’è il tempo tecnico per riapprovare il testo identico e senza emendamento in entrambe le Camere. Dunque si studia un espediente: il Governo vorrebbe far approvare la legge di conversione così come è, emendamento (di cui ci si rimpalla la paternità tra ministeri) compreso e intanto contestualmente scrivere un altro decreto legge (lo strumento che la Costituzione dà al Governo per necessità e urgenza) per correggere la legge appena approvata.

Italian Prime Minister Giorgia Meloni visits the Salone del Mobile on its inaugural day in Milan, Italy, 21 April 2026. Launched in Milan in 1961 as a vehicle for promoting Italian exports of furnishing and accessories, the Salone Internazionale del Mobile is the global benchmark event for the furnishing and design sector. ANSA/FILIPPO ATTILI-US PALAZZO CHIGI +++ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI +++ FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
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La Presidente del Consiglio Meloni al salone del Mobile (ANSA)

Una soluzione inedita e irrituale con tanti dubbi

La presidente del Consiglio rifiuta la definizione di “pasticcio” che le opposizioni danno della soluzione chiedendo al suo posto un iter legislativo ordinario a costo di ritardare il tutto. Ma è un fatto che si tratti di una soluzione irrituale e inedita, che il Quirinale sta osservando con grande attenzione. Si tratta di capire se sia praticabile e quanto senza forzare le regole. È il tema di queste ore caldissimo almeno fino al 25 aprile, con tutte le suggestioni che la coincidenza con la data della Liberazione comporta.