Una grande statura umana e morale chiusa in un metro e 60 spettinato e due occhi azzurri liquidi e capaci di guardare negli occhi chiunque, con la forza della speranza a costo di rischiare la sfrontatezza: all’anagrafe Antonio Mazzi, in arte don Mazzi.

Stavamo viaggiando verso Roma, in giornata con l'obiettivo di andare a incontrare Valeria Fedeli, all’epoca ministra dell’istruzione con cui era nato un botta e risposta, partito da una critica, papale papale sulla rubrica che don Antonio ha tenuto fino all’ultimo su Famiglia Cristiana: trasferta impegnativa, seguita a una giornata di “revisione” in ospedale, eppure vissuta rasentando gli 89 anni con spirito da ragazzo: tre ore all’andata, un panino al volo, senza pretese, vicino al Ministero, l’incontro bello e franco, e poi via di nuovo per Milano, altre tre ore e mai un segno visibile di stanchezza.

Don Mazzi: Non sono un prete come gli altri... Le cose più belle le ho fatte da matto

Don Antonio Mazzi ripercorre il cammino di Exodus: dalla carovana al Parco Lambro, fino a un sogno che continua.

Su quel treno un po’ per caso parlammo di futuro: «Sai, a volte penso alla successione: mi piacerebbe che mi sostituisse una pluralità di persone», si intuiva che, pur sapendo di non essere affatto solo al comando ma al centro di una rete di rapporti di fiducia e di grande e fiduciosa collaborazione fatta di tante professionalità, lo preoccupava l’idea di caricare sulle spalle di una persona sola l’ingombrante eredità del proprio carisma individuale, della propria storia personale: «Sembra strano con questo fisico, ma a volte mi rendo conto che anche quello che arriva a mensa con il coltello in tasca, alla fine, davanti a me abbassa la cresta».

Tante volte, in interviste ufficiali e tra le righe, avevamo parlato di come avesse imparato all’università della vita: «Alla fine», diceva in una delle ultime nostre chiacchierate, «ti educa quella, più delle persone, con le cose che ti mette davanti. Anche adesso quando sono tentato di far vincere la stanchezza, la vita mi porta un’altra sfida e io la raccolgo». E così è stato fino a qualche giorno fa.

Non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno, a costo di farsi fraintendere e criticare quando si trattava di sciagurati noti alla cronaca, a costo di rischiare di sporcarsi, per trasporto di carità, le mani con la polvere della vita altrui: ma, se ai giovani ha sempre dato una seconda possibilità, con gli adulti noti ha talvolta ammesso la resa o almeno l’insuccesso.

Spesso a creare un canale di comunicazione con i ragazzi difficili era la consapevolezza di aver rischiato, al bivio, di trovarsi dalla stessa loro parte sulla strada di un’adolescenza in via di deragliamento e di essere stato acciuffato in tempo per svoltare a gomito e cambiare rotta. Anche se a chi scrive non lo ha mai detto apertamente, l’impressione da sempre era che in ciascuno di loro avesse visto sé stesso com’era e nelle loro madri in lacrime la propria: «Sono cresciuto senza padre», ha raccontato tante volte, «se n’è andato per malattia senza darmi il tempo di conoscerlo e in fondo senza madre, chiusa com’era tra il lavoro in cui si dannava per portare il (poco) pane e un dolore del quale non si è mai data pace. Non ricordo di aver ricevuto un gesto di tenerezza da mia madre, non ricordo un Natale o una Pasqua a casa, sempre in collegio perché a casa non si mangiava abbastanza, in compenso ricordo bene di averla fatta piangere tante volte, quando veniva a Desenzano in collegio da Verona spingendo sui pedali di una vecchia bicicletta a scatto fisso. Non le parlavano bene di me: in terza media sono stato bocciato per la condotta, sono stato classificato come irrecuperabile. Lì per lì mi ha salvato la musica, dopo l’alluvione del Polesine.

Avevo vent’anni, ero all’opera don Calabria: nel 1951, davanti alla piena del Po che ha distrutto paesi e vite, davanti a un gruppo di bambini che avevano perso tutto, padre, madre, casa, Mazzi Antonio che ce l’aveva col Padreterno perché gli aveva rubato “solo” il padre ha cambiato prospettiva. Sì, ero in rotta con Dio e con i preti: mi parlavano di un Dio buono e mi dicevano che si era preso il mio papà e io provavo una rabbia immensa perché quella storia della bontà e di mio padre rapito in cielo non riuscivo a conciliarle. E poi c’era il dolore di mia madre: una volta, ero un bambino, le ho detto qualcosa del tipo: “ma perché non ti sposi lo zio?” Era un’ingenuità, il mio modo di dirle che avevo bisogno di una mamma, ma, com’era forse scontato, ricevetti una risposta scandalizzata».

Nel moralismo della scuola dell’epoca che condannava i Franti ed esaltava i De Rossi, che per dirla con Lorenzo Milani era un ospedale che curava i sani e lasciava indietro i malati, Mazzi Antonio, come usava allora nei registri scolastici, era una causa persa. «Mi sono portato dietro il marchio dell’irrecuperabile. Quando dopo quella notte alluvionata sono andato dal vescovo e gli ho detto “voglio farmi prete”, mi ha guardato con una mezza risata di compatimento», la stessa che don Antonio riproduceva mentre raccontava l’ingenuità del ragazzo di allora. «Poi mi ha spiegato che prima dovevo studiare teologia, ma io una cosa dentro di me ormai l’avevo capita: volevo farmi prete perché sarebbe stato il mio modo di fare il padre per chi non lo aveva».

Da lì a insediarsi al centro del Parco Lambro, frontiera dell’eroina, un inferno in terra in cui nella Milano degli anni Settanta molti avevano paura ad addentrarsi è stato un attimo. Exodus è ancora lì, a dispetto delle esondazioni ricorrenti: a oltre quarant’anni dalla prima carovana, si adatta alle nuove dipendenze e alle esigenze sociali che di volta in volta si affacciano.  

Già molto oltre i novant’anni diceva: «Se avessi vent’anni di meno, oggi sarei in Africa. Anche ora mi dico che sono più padre che prete». Nonno non è mai diventato, è rimasto padre anche all’età da bisnonno, alle soglie dei 90 in un confronto con don Gino Rigoldi, che inventammo davanti a un caffè alla stazione centrale di Milano per parlare di che cosa volesse dire essere preti di frontiera tra gli 80 di uno e i 90 dell’altro, raccontava: «Più passa il tempo e più mi sento uomo di speranza più che di fede, penso sempre più spesso all’incontro con Dio ma faccio sempre più fatica a immaginarmelo»: alla sua Chiesa chiedeva vescovi pastori e di essere più luogo di carità che di organizzazione. Non le mandava a dire, dandole del tu come a tutti pretendendolo ricambiato, le cose che non gli andavano a genio e non ha mai smesso di ricordare che a salvargli l’anima era stata la sua adolescenza normale, addirittura difficile, non condivideva l’idea del seminario minore e non ne faceva mistero. La franchezza è sempre stata la sua cifra anche con la “Ditta”, ossia la Chiesa (copyright Lorenzo Milani)

Ciao don Antonio, ti sia lieve la terra e aperto il cielo. Non so come andrà l’incontro che non ti figuravi, ma un euro di scommessa sul fatto che non ti lascerà per l’eternità su una nuvola io lo metterei: son quasi sicura che non ci vorrà molto perché ti mandi a fare un giro ai piani più bassi in cerca di qualche anima disperata da salvare. E se un po’ ti conosco sarai il primo a chiedergli di lasciarti andare.