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Women wearing elegant dresses, street style detail.
Donne con le gonne corte o lunghe, divieto di niqab e burka, donne senza gonne. Dà un vago (neanche tanto) senso di desolazione il constatare che nell’Italia del 2026, con una donna alla presidenza del Consiglio, le donne siano nel dibattito pubblico ancora un corpo da vestire e denudare, definite da un pezzo di stoffa, troppo o troppo poco.
Con quella infelice metafora politica, dice lui, sulle ragazze da sposare il ministro degli Esteri riduce l’affidabilità di una donna ai centimetri di una sottana, e non magari alla sua capacità di rispettare gli impegni nello studio, nel lavoro, nel volontariato; alla sua etica personale; alla sua intelligenza razionale ed emotiva; alla sua empatia; alla sua ironia, che come hanno dimostrato le senatrici dell’oposizione in minigonna è spesso la rispostapiù efficace; alla sua creatività, che per la cronaca è una componente utilissima nel “problem solving” quotidiano di una lunga relazione.
Così facendo riduce la questione della fedeltà (femminile, chissà perché anche non maschile?) a un avvilente fatto di concorrenza sul mercato. Dimentica forse che anche da uomini non si sposa una "carrozzeria”, ma una persona: anima, corpo, cuore, mente. E forse trascura pure che quando ci si sposa (lo dicono le leggi italiane dal 1975, ma pure il diritto canonico) non c’è un uomo che sceglie una donna, ma ci si sceglie in due con pari diritti e pari doveri nella coppia.
La rispostaccia da caserma del generale, poi, a proposito delle donne senza sottana, neanche meriterebbe parole commentandosi da sé, se non fosse che siamo in un Paese, per il resto abbastanza civile, in cui un terzo degli omicidi volontari in media (chiamiamoli pure così se non vogliamo chiamarli femminicidi, non è una legge ad hoc a cambiare la sostanza) sono di donne per opera di uomini in contesti relazionali, per lo più uomini che non accettano che le donne con cui sono in relazione siano qualcosa di più e di diverso da un corpo da possedere.
Detto questo, la scelta di un abito è, certo, anche un modo di esprimersi: entro certi limiti qualcosa di sé che si comunica all’esterno e che, come tutte le comunicazioni, partecipa di quel che vi aggiunge chi la recepisce. Può essere una complicazione in più, in un contesto plurale dove tutti i codici, compreso questo, possono prestarsi a fraintendimenti: ma quale luogo più adatto per imparare a gestirli e metterli alla prova guidati dagli adulti, di una scuola?
È la classe il primo luogo sociale, dopo la famiglia, che si sperimenta nella vita: il primo in cui ciascuno, unico e diverso, abita un insieme che è la comunità. Per questo fa specie che la complessa femminilità delle ragazze che vivono tra due culture, la cui libertà si dice di avere come faro, possa trovare per tutta risposta una semplificazione: nulla più che il paletto di un divieto, proprio nella scuola, che spesso è il solo luogo in grado di aiutarle a non restare sole nei casi più delicati. Se è vero che la consapevolezza è il presupposto necessario della libertà per tutti, è anche vero che i condizionamenti sociali sul corpo delle donne non cominciano e finiscono con un velo islamico, ce ne sono mille altri: dal diktat di una moda che omologa, imponendo una divisa da sabato sera a ogni stagione, a quello sempre più pervasivo della perfezione "instagrammabile”.
E allora anche l’autonomia per scegliere davvero liberamente un abito in cui stare a proprio agio, nonostante tutto e tutti, è una delle conquiste della crescita anche in un Paese democratico.
E se, poi, quella della gonna lunga e corta era davvero una metafora politica, vien da chiedersi: quale affidamento politico potrà mai dare, in un mondo che si fa ogni giorno più complesso, la semplificazione di un esempio che fa credere di poter superare i patriarcati altrui con un patriarcato de “noantri”?








