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Il rischio non è teorico, è già scritto nei numeri. Le tensioni nello Stretto di Hormuz — uno dei passaggi chiave per il petrolio mondiale — riaprono una ferita che l’Italia non ha mai davvero rimarginato: la dipendenza energetica dall’estero. Dopo lo shock della guerra in Ucraina, il Paese si ritrova ancora vulnerabile. Ne parliamo con Leonardo Becchetti, economista e tra i più attenti osservatori delle politiche energetiche, che mette in fila criticità e occasioni perdute. Il giudizio è netto: conti sotto controllo, ma strategia insufficiente proprio dove servirebbe più coraggio.Il quadro tracciato da Becchetti non lascia spazio a illusioni: senza una svolta sull’energia, l’Italia continuerà a rincorrere le emergenze. E a pagarne il prezzo, come sempre, saranno i più fragili.
Professore, partiamo dall’attualità: quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz può avere conseguenze concrete per l’Italia?
«Purtroppo sì, ed è una dinamica che conosciamo già. È una situazione difficile perché il problema di fondo resta il costo dell’energia. Se le tensioni dovessero aggravarsi, potremmo rivedere quello che è accaduto con la guerra in Ucraina: un aumento dei prezzi energetici che si trasmette immediatamente all’economia reale. L’inflazione cresce e colpisce soprattutto le fasce più deboli, perché bollette della luce e del gas e alimentari sono le prime voci a risentirne» .
Quindi il rischio principale è una nuova ondata inflattiva?
«Esattamente. Bisogna essere chiari: oggi l’inflazione è in larga parte trainata dall’energia. Quando l’energia aumenta, tutto il resto segue. E viceversa, quando il costo dell’energia scende — o addirittura si azzera in alcuni momenti, come accade con le rinnovabili — anche la pressione sui prezzi diminuisce. Il problema è che noi siamo ancora troppo esposti alle oscillazioni del mercato internazionale» .
Quanto pesa il fatto che il PNRR stia esaurendo la sua spinta?
«Pesa molto. Il Piano ha avuto un effetto positivo sul Pil, questo è indiscutibile. Ha rappresentato una spinta keynesiana importante (ripartenza della domanda, innesco del circolo virtuoso consumi, produzione, lavoro), ma ora quella fase si sta chiudendo. E il problema è che non abbiamo costruito abbastanza alternative strutturali. Si poteva fare di più, ad esempio investendo con maggiore decisione nelle case di comunità e in altri interventi che avrebbero rafforzato il tessuto sociale ed economico» .
Come valuta, nel complesso, la politica economica del governo?
«Non bisogna fare caricature. Ci sono anche elementi positivi: i conti pubblici sono stati tenuti in ordine e questo è un dato rilevante. Non era scontato. Tuttavia, quando si guarda alla qualità della crescita e alle scelte strategiche, emergono limiti evidenti. In particolare su energia e investimenti di lungo periodo si poteva fare molto di più» .
Arriviamo allora al nodo centrale: l’energia. Dove ha sbagliato il governo?
«Il problema più grave è la dipendenza dalle fonti fossili. È qui che si concentra la vera debolezza del Paese. Continuare a essere “schiavi” dei combustibili fossili significa esporsi a ogni crisi geopolitica. Ed è una condizione che oggi non è più giustificabile. Se guardiamo altri Paesi europei, il confronto è impietoso: il Portogallo è arrivato all’80% di energia da rinnovabili, noi siamo intorno al 47%. Questo divario non è casuale, è il risultato di scelte politiche» .
Eppure il tema dell’indipendenza energetica è molto presente nel dibattito politico…
«Sì, ma spesso resta uno slogan. Se si vuole davvero l’indipendenza energetica, bisogna dire una cosa semplice: l’Italia deve produrre da sola la propria energia. E questo oggi significa investire massicciamente nelle rinnovabili. Non c’è alternativa credibile. Se ci si definisce sovranisti, che significa un po’ anche essere autosufficienti, allora la coerenza impone questa strada» .
Quali sono gli ostacoli principali a questo salto?
«Paradossalmente non è una questione di risorse o di progetti. Oggi abbiamo circa 300 gigawatt di progetti pronti, ma ce ne servono appena dieci all’anno per fare un salto significativo. Il vero problema è burocratico: le autorizzazioni, le commissioni di impatto ambientale, i processi decisionali bloccati. È lì che si inceppa tutto. Dobbiamo semplicemente sbloccare quello che già esiste» .
Ci sono esempi virtuosi in Europa da cui prendere spunto?
«Certamente. La Francia, ad esempio, ha introdotto una legge che obbliga a installare pannelli solari nei parcheggi. Parliamo di una capacità potenziale di circa 10 gigawatt. È una soluzione intelligente, perché crea un vantaggio per tutti: le aziende investono, i cittadini beneficiano, il sistema energetico si rafforza. È il classico caso di politica “win-win”. Da noi, invece, si fatica a replicare iniziative simili» .
E le comunità energetiche?
«Anche lì siamo in ritardo. Sarebbe sufficiente incentivarle in modo concreto, ad esempio attraverso uno sconto diretto in bolletta. Invece restano strumenti poco valorizzati. Eppure potrebbero avere un impatto significativo sia sul piano economico sia su quello sociale» .
Lei ha citato anche il confronto con altri Paesi, come la Spagna. Cosa ci insegna quel modello?
«La Spagna è un caso interessante perché ha saputo combinare politiche energetiche e politiche sociali. Ha ridotto la dipendenza dai fossili e allo stesso tempo ha gestito meglio alcuni aspetti dell’integrazione. Non è un modello perfetto, ma dimostra che si può fare di più. L’Italia spesso si limita a inseguire, invece di anticipare» .
Se dovesse riassumere in una frase il limite principale dell’attuale governo?
«Direi questo: non è stato abbastanza coraggioso sulle scelte che contano davvero per il futuro. Non credo che un altro governo avrebbe fatto miracoli sul lavoro o sui conti pubblici, ma su energia e immigrazione sì, lì si poteva incidere di più. E sarebbe stato utile al Paese» .
E allora da dove ripartire?
«Dalla consapevolezza che il tempo delle mezze misure è finito. Ogni crisi internazionale — oggi lo Stretto di Hormuz, ieri l’Ucraina — ci ricorda quanto siamo vulnerabili. L’unico modo per uscire da questa fragilità è investire seriamente nelle rinnovabili e ridurre la dipendenza dall’estero. È una scelta economica, ma anche politica e culturale».





