In questi giorni, oltre mezzo milione di giovani è alle prese con una sorta di rito di iniziazione: il passaggio dalle superiori all’università o al mondo del lavoro. Tra le novità nell’esame di quest’anno, la maggiore rilevanza del comportamento, del percorso formativo complessivo e il cambio di nome: dopo 36 anni, tornerà a chiamarsi “di maturità”, così come voleva la riforma Gentile del 1923. Ma è davvero una prova per verificare il percorso umano delle persone o è solo un giudizio numerico? Ne abbiamo parlato con Marco Erba, insegnante e scrittore.

Secondo la nuova ordinanza ministeriale, la “maturazione personale” e il percorso curricolare e umano entrano nella valutazione dell’esame di Stato del 2026: è un passo avanti?

«Una valutazione finale che tenga conto di questi elementi è, sicuramente, una novità positiva. Però, tali parametri devono essere vissuti da studenti e docenti come parte del cammino, e non come un dovere da espletare o una parte della burocrazia da formalizzare. Si tratta di spunti, da utilizzare per rendere la scuola sempre più un ambito dove ci si allena alla vita. La scuola non è fatta solo di numeri e di prestazioni, ma anche – e soprattutto – di apertura al mondo: un insegnante è chi utilizza la propria materia per toccare la vita dei ragazzi e, in questa logica, anche questi criteri di valutazione possono essere importanti. Poi, ovviamente, tutto ciò che fa parte dell’umano è difficile da classificare rigidamente».

Il fatto che l’orale sia diventato obbligatorio favorisce una maggiore responsabilità personale?

«L’orale – come tutte le prove da affrontare, soprattutto in questa società sempre più frenetica e col mito della prestazione a tutti i costi – può generare ansia, ma può anche essere un’occasione per dare il meglio di sé. L’obbligatorietà è una scelta ministeriale, ma da docente mi chiedo se vedo i ragazzi come numeri, oppure come persone in cammino da accompagnare, se sono un arbitro inflessibile o un allenatore alla vita. Questa è la domanda che resta in questa logica e che deve sempre interrogarci, ogni volta che si introduce una novità».

Dopo 36 anni, l’esame di licenza non si definisce più “di Stato”, ma torna a chiamarsi di maturità, come nella riforma Gentile del 1923. È solo un fatto di termini, o anche di sostanza?

«Le parole sono importanti, ma penso che la sostanza non cambi: l’esame di maturità è una delle grandi prime prove della vita che una persona affronta, una sorta di rito di iniziazione per diventare adulti. La maturità è il passaggio dal ragazzo che inizia il percorso delle superiori con una serie di paletti e regole, all’adulto che ha in mano il timone della sua vita».

In un esame che prova a valorizzare la persona ma resta fortemente standardizzato, è possibile conciliare valutazione e crescita umana?

«La scuola – e quindi l’esame – si basa su norme, regole rigide e uguali per tutti, ma ogni essere umano è unico e irripetibile nella storia dell’umanità. Paradossalmente, però, proprio la scuola – con le sue regole – può diventare il luogo dove esprimere la propria unicità, dove si può trovare la propria vocazione, entrando in contatto con se stessi e con gli altri e approfondendo la complessità del reale. Ecco, senso critico ed empatia sono gli antidoti alla standardizzazione. Ovviamente, si tratta di un lavoro che va fatto per cinque anni e che chiede di mettersi in gioco su un tempo lungo».

Come andrebbe riformato l’esame di Stato, perché sia davvero “di maturità” e non soltanto un passaggio ormai svuotato di significato?

«Non penso che l’esame di maturità sia ormai svuotato di significato. In questi anni, sono state sperimentate diverse formule per riformarlo, ognuna di esse ha pro e contro. Ciò che fa la differenza è il protagonismo giovanile: i ragazzi devono sperimentare che il raggiungimento di un voto non è soltanto fatica fine a se stessa, ma un appiglio per scalare una montagna e questa montagna si chiama senso della vita e contributo che si vuole dare al mondo. Ogni riforma deve privilegiare la possibilità di espressione di sé da parte degli studenti, senza ovviamente tralasciare la componente di conoscenza disciplinare delle materie, che resta fondamentale. Bisogna lavorare perché i ragazzi capiscano che l’esame è un’opportunità, non un mostro di cui aver paura. Anche se, tra adrenalina e ansia, commozione e voglia di futuro, la notte prima degli esami rimarrà sempre un momento magico...».