PHOTO
Una manifestazione di donne contro i femminicidi.
Fino al 1981 in Italia è stato in vigore il “delitto d’onore” che riduceva grandemente la pena all’uomo irato per aver colto moglie, figlia o sorella in un rapporto carnale. Questa memoria aiuta a capire una mentalità distorta che è durata per secoli ed ha tuttora espressioni inaccettabili. La donna sentita, magari retoricamente cantata, come madre, moglie, sorella, ma considerata nel profondo strumento per la realizzazione dell’uomo: sappiamo che spesso è ancora così.
L’assassinio di molte donne, mogli o compagne, risale a un senso di possesso, a una concezione di dominio che trasforma la persona in oggetto. Questo atteggiamento va contrastato con ogni mezzo.
Di qui nasce la configurazione del femminicidio come delitto di una particolare fisionomia e gravità. La privazione violenta della vita altrui è sempre il più grave degli atti e dei delitti; certo non si è voluto dire che la vita di una donna valga per sé più di quella di un uomo o di un bambino. Ma vi è una ragione storica, di realtà del costume e della mentalità che ha indotto ad affrontarne la tragicità degli effetti.
È un peccato che il generale Vannacci ci faccia perdere tempo su un cammino che dobbiamo percorrere insieme. È una misera voce che cerca solo di attirare l’attenzione.
Rispondiamo le con calma degli argomenti, piuttosto che lanciando anatemi o gridando “al lupo”. Siamo perfettamente in grado di distinguere chi ha qualcosa di importante da dire al Paese da chi chiacchiera, come si usa dire, perché ha la lingua in bocca.
Adriano Sansa







