La terra si muove, i binari si deformano, le strade si spezzano. A Petacciato, in Molise, una delle frane più estese d’Europa ha interrotto uno degli assi principali del Paese, bloccando la linea ferroviaria adriatica e mettendo in crisi collegamenti fondamentali tra Nord e Sud. Mentre tecnici e Protezione civile monitorano un fenomeno ancora in evoluzione, cresce la preoccupazione per i tempi di ripristino e per le conseguenze su viaggiatori, lavoratori e turismo, a pochi mesi dall’estate.

Per capire che cosa sta accadendo e quali scenari si aprono, abbiamo intervistato Erasmo D'Angelis, esperto di dissesto idrogeologico ed ex segretario generale dell’Autorità di bacino dell’Appennino centrale e co-autore del libro Fuori dalle emergenze, edito Il Mulino.

Quello che sta accadendo a Petacciato quanto è eccezionale? È davvero una delle frane più complesse d’Europa?
«È sicuramente l’area in frana più imponente d’Europa. Il problema è che si tratta di una frana “viva”, composta da materiali incoerenti come sabbie e argille, quindi molto più instabile rispetto a una frana rocciosa».

Che cosa la rende diversa da altri fenomeni franosi?
«A differenza di altre frane improvvise, come quella di Niscemi, qui abbiamo un movimento enorme e continuo. Il versante scivola lentamente verso l’Adriatico e il mare, con il moto ondoso, ne erode la base: in gergo tecnico si dice che “scalza il piede” della frana, accelerandone il movimento. Il problema, poi, è aggravato dal fatto che si tratta di un’area abitata, attraversata da infrastrutture fondamentali come autostrada, statale e ferrovia».

Era un evento imprevedibile o il rischio era noto?
«Il rischio era noto. L’area è monitorata da tempo con sensori, laser, GPS e sistemi della Protezione civile. Quello che ha determinato il collasso è una piovosità straordinaria. Quest’anno probabilmente faremo il record del secolo delle piogge in Italia».

In che senso?
«In media in Italia cadono circa 300 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Quest’anno andremo verso i 350 miliardi: un dato eccezionale. Tutta questa acqua viene assorbita da terreni già predisposti a trattenere umidità, mettendo in movimento il versante».

In un frame video la netta spaccatura sull'asfalto della strada provinciale tra Petacciato e la SS 16, causata dal risveglio della frana nei pressi di Petacciato, in Molise, 7 aprile 2026 ANSA / Nicola Lanese
In un frame video la netta spaccatura sull'asfalto della strada provinciale tra Petacciato e la SS 16, causata dal risveglio della frana nei pressi di Petacciato, in Molise, 7 aprile 2026 ANSA / Nicola Lanese
La netta spaccatura sull'asfalto della strada provinciale tra Petacciato e la SS 16, causata dal risveglio della frana. (ANSA)

Com’è possibile che infrastrutture strategiche attraversino un’area così fragile?
«Perché siamo questo Paese. Ci sono stati errori drammatici di localizzazione: si è costruito dove non si doveva costruire. Abbiamo avuto quattro condoni edilizi che hanno sanato costruzioni realizzate in aree franose, alluvionali o sismiche. Oggi ci ritroviamo un edificato in zone a rischio con cui dobbiamo fare i conti».

Qual è la situazione delle infrastrutture in Italia?
«Abbiamo circa 700 punti critici tra strade e ferrovie. Su una rete ferroviaria di 16.700 km, circa 2.000 km sono esposti a rischio idrogeologico. Sono però monitorati costantemente e oggetto di interventi di messa in sicurezza. Anas e Ferrovie fanno un lavoro continuo su questo fronte».

Con questa nuova frana, il rischio di isolamento della Puglia è reale?
«Il rischio è relativo, ma è evidente che quello è uno snodo fondamentale. Da lì passano ferrovie e strade che collegano il Sud al resto del Paese. Detto questo, non significa che non si possa intervenire: esistono tecniche e tecnologie per consolidare le infrastrutture».

Si poteva fare qualcosa prima per prevenire questa situazione?
«Sì. L’elemento che attiva la frana è l’infiltrazione dell’acqua. Se manca un sistema efficiente di canalizzazione delle acque superficiali, tutta l’acqua piovana entra nel terreno. Bisognerebbe invece favorire il deflusso in superficie e ridurre al minimo l’infiltrazione. Probabilmente questi interventi andavano fatti negli anni. E poi c’è il tema della delocalizzazione: convincere le persone a lasciare le aree più a rischio, che è sempre molto difficile».

Quanto è fragile il territorio italiano nel suo complesso?
«L’Italia è il Paese con più frane in Europa. Abbiamo circa 620 mila frane catalogate, su un totale europeo di circa 750 mila: più dei due terzi sono in Italia. Il 94,5% dei nostri comuni è interessato da fenomeni franosi. Negli ultimi 100 anni abbiamo avuto circa 17 mila frane in 14 mila località, con 5.939 morti e danni medi di 2-3 miliardi di euro l’anno».

Quando si potrà tornare alla normalità a Petacciato?
«Bisogna prima aspettare la fine delle piogge. Finché piove, il rischio resta alto. Tra piogge e azione del mare alla base della frana, il fenomeno continua. Probabilmente bisognerà attendere l’estate per capire come intervenire».

Cosa dovrebbe fare oggi il Governo, nell’immediato e in prospettiva?
«Bisogna cambiare logica: passare dalla spesa per l’emergenza a quella per la prevenzione. Oggi spendiamo circa 4,5 miliardi l’anno per gestire emergenze di frane e alluvioni. Se investissimo stabilmente almeno 3 miliardi l’anno in prevenzione, risparmieremmo anche dal punto di vista economico, oltre a salvare vite umane».