Oltre 7 giovani italiani su 10 tra i 18 e i 34 anni credono che la politica possa migliorare la vita delle persone, ma del 55% considera limitati o inesistenti gli spazi di partecipazione offerti alle nuove generazioni. Lo dice una ricerca realizzata da Ipsos Doxa per l’Istituto G. Toniolo, presentata all’Università cattolica nell’ambito di «Parole a Scuola 2026», l’appuntamento annuale per affrontare le sfide educative del presente e accompagnare le nuove generazioni. Se ne parlava proprio mentre una Milano blindata temeva una replica dei disordini del 18 ottobre, in una giornata di formazione e confronto promossa da Parole O_Stili, Università Cattolica del Sacro Cuore e Istituto Giuseppe Toniolo, con il supporto del Gruppo Editoriale La Scuola.

L’indagine, condotta tra il 27 luglio e il 7 settembre 2026 su 2.002 giovani residenti in Italia tra i 18 e i 34 anni, rileva una fiducia nel cambiamento che fatica, però, a tradursi in reale protagonismo: il 68,6% ritiene possibile impegnarsi per cambiare la società, ma più del 62% pensa di non porte influire sulle decisioni del Governo. Il 71% considera inoltre la scarsa attenzione dei cittadini al bene comune uno dei principali problemi del Paese. Salda la fiducia nella Costituzione: oltre due terzi la ritengono ancora adeguata o bisognosa solo di aggiornamenti limitati e tre giovani su quattro chiedono che i suoi principi orientino di più le decisioni della politica. Tra i valori ritenuti di maggiore importanza emergono lavoro e uguaglianza; per i ragazzi tra i 18 e i 22 anni quest’ultima si trova al primo posto tra le priorità.

«I dati», conferma Alessandro Rosina coordinatore scientifico dell’Istituto Toniolo, «smentiscono l’idea di una generazione distante e disinteressata. La fascia 18-22 anni presenta contemporaneamente una domanda di leadership efficace, una forte sensibilità per il bene comune e la convinzione che una buona politica sia in grado di migliorare la vita dei cittadini. La maggioranza ritiene, però, che attualmente la politica non offra adeguata attenzione alle loro istanze e sia poco aperta a una loro partecipazione effettiva. Il senso di esclusione e frustrazione risulta più alto per chi proviene dalle classi sociali più svantaggiate e con più deboli percorsi formativi».

Elena Marta, docente ordinario in Psicologia sociale e Psicologia di comunità Università Cattolica del Sacro Cuore e componente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, si esprime quasi con le stesse parole dell’ex presidente del Tribunale per minorenni di Brescia intervistata da Famiglia Cristiana, sul tema del nuovo decreto sicurezza: «Già un anno fa abbiamo» ricorda Elena Marta, «abbiamo messo in luce un dato emerso dai focus group con gli/le adolescenti: una rabbia latente e diffusa, sottostimata e messa in ombra dalla preoccupazione per l’isolamento. Dai dati dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo emergeva come la rabbia fosse un modo per esprimere frustrazione, sofferenza ed emozioni complesse. Si accompagnava alla sensazione di non essere ascoltati o di essere giudicati a priori dagli adulti come “sbagliati”. Era una risposta alla fatica di esprimersi, alla difficoltà di regolazione emotiva e incapacità di mentalizzare i propri stati interni. Gli adolescenti si sentivano molto osservati, ma poco visti. Quanto accaduto in questi giorni parla in parte di questo, ma anche di molto altro da comprendere. Accanto alle sanzioni previste dalla legge per le drammatiche azioni di alcuni adolescenti, serve un impegno di noi adulti: dobbiamo diventare una comunità educante capace di ascoltare davvero questa generazione, senza pregiudizi, trasformando l’ascolto in incontro, dialogo e mediazione. Solo così potremo aiutarli a trovare un senso al proprio vivere e un modo costruttivo per far sentire la propria voce».