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Il negozio chiuso di Gucci a Milano, 19 ottobre 2026. Serrande abbassate e commercianti in allerta nel quadrilatero della moda a Milano, dove cresce la preoccupazione per possibili nuovi disordini dopo le devastazioni del fine settimana. ANSA/MATTEO CORNER
«Capire», esordisce Cristina Maggia, ex presidente del Tribunale per minorenni di Brescia, da poco in pensione, «non è giustificare: è cercare di individuare le cause per provare a prevenire e migliorare, se non risolvere, i problemi».
Il tema è se il nuovo decreto sicurezza, l’ottavo, in vigore dal 24 ottobre 2026, possa sortire l’effetto sperato da chi lo ha voluto, invertendo l’onere della prova della capacità di intendere e di volere dell’adolescente tra i 14 e i 18 anni.
«La mia esperienza mi dice che la deterrenza serve più a rassicurare l’opinione pubblica che a prevenire davvero i reati, non funziona neanche con gli adulti: guardiamo i femminicidi? Ma davvero pensiamo che uno si trattenga dall’uccidere la compagna che detesta per timore dell’ergastolo? A maggior ragione quando parliamo di adolescenti, le neuroscienze ci dicono che la capacità di capire conseguenze delle azioni matura completamente entro i 25 anni. Noi adesso con un decreto la presumiamo a 14: vuol dire che trattiamo da adulti, solo in questo, ragazzi cui però non daremmo la patente, il diritto di voto, l’accesso ad alcuni locali e neanche, se sono in terza media, la possibilità di decidere senza il consenso dei genitori di seguire lezioni sull’affettività. Se ha senso limitare la presunzione della loro capacità a essere responsabili in tutte queste cose, perché qui no?».
Dottoressa, perché qui no?
«Perché agitare repressione, porta consenso, rassicura le persone che votano e che comprensibilmente sono esasperate per i disordini di Milano. Ma il punto è: vogliamo abbassare la febbre o curare l’infezione? Da anni noi magistrati per minorenni diciamo: guardate che sta montando la rabbia dei giovani che non si sentono visti e ascoltati, che non hanno dove andare. A 15 anni non si fanno discorsi filosofici, si agisce d’impulso, è fisiologico. La maturazione poi non arriva per tutti allo stesso momento, dipende anche dal contesto in cui si cresce: quando attorno ci sono accudimento, adulti che accompagnano, che insegnano, si matura prima; quando si cresce nel degrado è tutto più difficile».
Anche la capacità di rendersi conto delle conseguenze delle azioni arriva dopo?
«L’esperienza mi dice che spesso alla base di bambini tolti a genitori non in grado di occuparsi di loro ci sono genitori cresciuti a loro volta in uno spaventoso degrado, che avrebbero avuto bisogno a loro volta di aiuto da piccoli. Immaginatevi questa scena: un contesto di vicinato difficile in una casa popolare, famiglie che non si sopportano, dove quello di sopra butta la spazzatura sul balcone di sotto e l’altro fa la sua ritorsione. Immaginatevi un quindicenne cresciuto in questo contesto di conflitto incancrenito che assista sulle scale alla scena del vicino che insulta sua madre: pensate che quel ragazzino sarà capace di contare fino a dieci, di prendere le distanze dal comportamento dei genitori che ha contribuito al conflitto? O pensate che, invece, d’impulso prenderà per il bavero il vicino che gli ha offeso la mamma?»
Più facile la seconda, ma la gente si chiede: come li fermiamo? «Questo non vuol dire che se capiamo da quale contesto parte il pugno, va bene che parta, ma per prevenire questi comportamenti forse serve di più infiltrare educatori di strada tra i ragazzini dei quartieri di difficili, che con gli adulti non parlano, per cercare di capire come pensano, e serve più dare loro spazi in cui aggregarsi in modo sano, che minacciare sanzioni draconiane, perché c’è necessità di captare prima e indirizzare le rabbie che crescono».
Discorsi poco popolari, si accusa la giustizia minorile di un approccio “buono”.
«Ma non è vero, il punto è: a che obiettivo puntiamo: vogliamo carceri piene di delinquenti, che è la prospettiva che si crea se privilegiamo il carcere come strumento per punire i minori, o una società di adulti, che, dopo qualche passo falso in adolescenza, si mettono in carreggiata e vivono vite normali? A questo secondo obiettivo servono per esempio percorsi anche molto impegnativi di messa alla prova, che adesso purtroppo non sono più possibili per i reati più gravi: servono a responsabilizzare. Sanzioni anche severe ce ne sono sempre state con i minori, ma tarate sul soggetto per lavorare sulle sue carenze e provare a recuperarle. Per questo fin qui si è valutato caso per caso tra i 14 e i 18 se uno fosse in grado di capire che cosa stesse facendo, ed erano solo il 4% i casi in cui si stabiliva l’incapacità per immaturità. Il decreto Caivano ha allungato i termini di custodia cautelare ed è per questo che le carceri minorili sono più piene, adesso magari tratteremo nel penale i ragazzi come adulti, ma è probabile che non abbasseremo così la rabbia sociale».
Da dove viene la rabbia?
«L’emblema di Milano è il quartiere san Siro, di qui le ville lussuose, di là le case popolari, il degrado, ragazzi che ti dicono: “non abbiamo neanche un marciapiede su cui stare seduti”. Non credo sia un caso che quei ragazzini di Milano si siano scagliati contro tutto quello che non potranno mai ottenere, contro il salotto scintillante della città che mette in vetrina borse che costano il triplo dello stipendio dei loro genitori: tante rapine tra ragazzi probabilmente non hanno come obiettivo il cellulare rubato al ragazzino perbene, ma lo status che lui rappresenta e loro sentono di non poter raggiungere, cosa della quale il malcapitato ragazzino vittima non ha colpa alcuna, poveretto».
Il decreto chiede risarcimenti e sanzioni pecuniarie ai genitori, serviranno?
«Penso alla mamma ucraina disperata intervistata davanti alla Questura, probabilmente ha un figlio che vede a sera perché lavora tutto il giorno se no non lo mantiene e non paga l’affitto, mentre lui sta per strada perché la madre non può permettersi di affidarlo a qualcuno. Pensiamo che genitori così, già in difficoltà, possano permettersi di ripagare danni di quel tipo? Il rischio è di aumentare la diseguaglianza alla base del disagio, amplificato dai messaggi intorno. Che messaggi mandano gli adulti, anche nel dibattito pubblico ai ragazzi? Maranza, sbagliati… mentre intanto i governanti del mondo si fanno la guerra e si esprimono con violenza verbale inaudita gli uni contro gli altri. Serpeggia anche tanto razzismo, i ragazzini lo respirano. Il decreto rischia solo di aumentare le diseguaglianze alla base della rabbia: prima spettava allo stato dimostrare che un ragazzo dai 14 ai 18 era capace di intendere e di volere, ora toccherà al suo difensore dimostrare che non lo è, ma è probabile che la differenza la faranno l’avvocato e le consulenze che uno si può permettere».
Nel decreto c’è un reato ad hoc per le manifestazioni violente, molto dettagliato. Serviva?
«Tutti questi comportamenti erano già reato anche prima. Norme eccessivamente dettagliate e specifiche servono a impedire al giudice di usare la discrezionalità necessaria a graduare le pene in base alle condotte. Vorrei fare un esempio per far capire che a che cosa serve graduare: la violenza sessuale di gruppo comprende tanto dei cretini che in una piazza piena alla festa paesana, brilli, danno una manata sul sedere a una ragazza, quanto un gruppo che porta una donna in un casolare e la stupra a turno. Che giustizia sarebbe se li sanzionassimo allo stesso modo, impedendo al giudice tarare la pena in base alla gravità?».









