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Papa Leone XIV parla ai partecipanti al 47esimo Meeting per l'amicizia dei popoli@Vatican Media
«Sicuramente è stata un’emozione grande», esordisce Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle opere, la rete di imprese e cooperative legate a Comunione liberazione, pochi minuti dopo l’intervento del Papa ai partecipanti del Meeting di Rimini. «Un’emozione accompagnata da una profonda gratitudine per l’attenzione che il Papa ha voluto dedicare al Meeting. Ci siamo sentiti richiamati a un compito e a una responsabilità che Leone XIV ha voluto condividere con noi: quella di costruire una presenza positiva nel mondo, segnata dall’incontro con la fede e con Cristo che ciascuno di noi ha fatto».
A un certo punto il Papa ha sottolineato come non sia così comune vedere giovani e famiglie tanto segnati dall’incontro e dalla fede.
«Ma proprio questo, ci ha detto, è un fattore da portare nel mondo come presenza positiva. Vale anche per noi che facciamo impresa: significa lasciare che questo incontro entri nelle modalità e nelle decisioni con cui ogni giorno lavoriamo e ci rapportiamo con i nostri collaboratori. Ha parlato molto di incontro e della possibilità di portare questo bene nella relazione tra le persone e fra i popoli, diventando così portatori di pace».


Andrea Dellabianca.
Il Papa ha insistito molto sulla pace sociale: la pace, cioè, non riguarda soltanto la diplomazia, la politica o le istituzioni, ma si costruisce anche nella vita di ogni giorno. È questo uno dei passaggi che l’ha colpita di più?
«Sì, è proprio uno degli aspetti che mi ha coinvolto maggiormente. La pace riguarda la quotidianità di ciascuno di noi. La si costruisce portando nella vita un significato capace di dare speranza e di indicare una strada positiva e bella a noi stessi e alle persone che incontriamo. L’incontro con la presenza cristiana diventa così un fattore concreto: passa dal modo in cui costruiamo le nostre famiglie, dal modo in cui stiamo al lavoro, nelle scuole, nelle relazioni. C’è un richiamo alla responsabilità di ciascuno. Ed è proprio da qui che può nascere una strada di pace. Come ha detto il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione Davide Prosperi poniamo le nostre Opere nelle mani di Sua Santità ringraziandolo per le parole di sapienza dottrinale che ci regala attraverso il suo Magistero, in particolare attraverso la Lettera Enciclica Magnifica Humanitas».
Nel discorso sono tornate parole molto care alla storia del movimento: avvenimento, incontro, persona, domanda di senso, libertà. Quasi il codice genetico dell’insegnamento di don Luigi Giussani.
«Decisamente sì. È come se ci avesse esortati a camminare insieme nella comunità dei credenti. Giussani ci ha sempre insegnato a essere parte della Chiesa e ad avere nella Chiesa il punto di riferimento ultimo. È soltanto dentro questa appartenenza che esiste una reale possibilità di costruzione. Come accadde con san Giovanni Paolo II e poi nelle tante occasioni di incontro con Papa Francesco, anche oggi ci siamo sentiti compresi dentro la vita della Chiesa. La Chiesa sa guardare ai movimenti, cogliere il valore specifico di ciascuno e valorizzarlo affinché ognuno, dentro la strada che lo ha incontrato e coinvolto, si senta partecipe della stessa fraternità. Oggi per noi è stato evidente. Ma, in fondo, è la traiettoria che abbiamo vissuto in tutti questi anni».
Nelle parole di Leone XIV si può leggere anche una sorta di patto educativo? Don Giussani teneva moltissimo all’educazione dei giovani e alla loro formazione.
«Sì. Anzi, questa domanda mi aiuta a ricordare meglio alcuni passaggi, perché l’emozione può prendere il sopravvento. Giussani diceva: “Lasciateci andare in giro nudi, ma liberi di educare”. Credo che questa sia precisamente una responsabilità degli adulti: essere capaci di provocare i giovani alla libertà attraverso un esempio e una proposta di vita che possa rappresentare per loro un bene. La sfida educativa più interessante è proprio fare quella strada insieme. L’adulto propone qualcosa ed è disposto per primo a verificarlo. Qui nasce tutta la bellezza dell’educazione, che richiede serietà, disponibilità al confronto e anche la capacità di lasciarsi educare reciprocamente. In fondo educa davvero soltanto chi accetta a sua volta di essere educato. Un adulto che vuole formulare una proposta educativa deve essere, per primo, qualcuno disposto a lasciarsi educare».
Il Papa ha accennato anche al tema del lavoro, richiamando anche la sfida digitale. Lei, da presidente della Compagnia delle Opere, che cosa ha letto nelle sue parole per il mondo dell’impresa?
«Credo che l’aspetto più interessante sia capire che il lavoro e la crescita nel lavoro non rappresentano soltanto un problema tecnologico o tecnico. Sono prima di tutto una sfida alla persona e all’umanità.
Recuperare il senso del lavoro è la prima condizione per rendere il lavoro meno povero. Quando parliamo di “lavoro povero” pensiamo naturalmente al reddito, che è un problema reale. Ma esiste anche un lavoro povero perché privo di scopo, un lavoro che non viene percepito come parte della costruzione della propria vita e della sua fecondità. Per restituire ricchezza al lavoro bisogna rimettere al centro l’umanità e la persona che lavora. È una sfida che riguarda anche noi imprenditori e manager».
Leone si è rivolto anche ai giovani in particolare.
«Dobbiamo recuperare per primi il senso di ciò che facciamo, perché sempre più spesso i giovani che entrano nelle aziende ci chiedono a che cosa stiamo domandando loro di collaborare. Vogliono sapere come si comporta l’azienda, quali ideali abbia, quale contributo voglia dare. Le persone chiedono di essere coinvolte nella traiettoria di costruzione dell’impresa, per capire in che modo il loro lavoro e il loro tempo possano contribuire alla costruzione di un bene economico e sociale».
Nel suo discorso il Pontefice ha invitato anche a evitare il rischio del settarismo, parlando di comunità aperte e non chiuse. Come interpreta questa esortazione?
«Come una grande possibilità di incontro con il mondo. Abbiamo fra le mani un tesoro, che è l’esito dell’incontro cristiano, dell’incontro con Cristo. Ma questo tesoro non deve essere seppellito sottoterra o custodito soltanto fra di noi: deve fruttare nell’incontro con l’umanità del Pianeta. Vedo questa apertura come un richiamo alla responsabilità di riportare la bellezza del fatto cristiano dentro le nostre vite e di testimoniarla agli altri. È ciò che può dare speranza a chi è fragile, a chi vive ai margini, a chi non trova più un motivo per investire la propria vita».
Lei ha accompagnato il Papa anche nella visita alla mostra dedicata a Léon Harmel. Che atteggiamento ha avuto Leone XIV?
«Mi ha colpito moltissimo la sua posizione di ascolto e la sua disponibilità a farsi raccontare i contenuti della mostra. Durante la visita si è lasciato raccontare la mostra e si è lasciato coinvolgere dal suo contenuto. Harmel fu un imprenditore della fine dell’Ottocento che, anche attraverso il rapporto con Leone XIII, cominciò a cambiare la propria azienda comprendendo che le persone che lavoravano con lui erano, appunto, persone. A partire da questa consapevolezza iniziò a innovare l’impresa. Ed è molto interessante vedere come quell’attenzione alla persona abbia prodotto anche risultati economici migliori. Mettere la persona al centro e riportare un ideale dentro il lavoro e dentro la vita delle imprese non è qualcosa di separato dalla loro capacità di produrre valore. Al contrario, può diventare anche una condizione per un esito economico positivo, chi fa del bene fa del bene anche al fatturato».




