di Lorenza Ceccarini

Se immaginassimo il suolo della Luna immerso nell’oscurità che lo contraddistingue, così come siamo stati abituati a fare dalle prime immagini dell’allunaggio di cinquant’anni fa, potremmo veder sventolare, idealmente, una bandiera italiana. L’astronauta Luca Parmitano entra a far parte, come pilota, della Missione Artemis III.

L’annuncio della Nasa sembra risuonare, nel nostro Paese, quasi a conclusione di una storia globale intricata, intrisa di ansie di primato e di piani militari segreti, che dall’epoca della guerra fredda e della corsa allo spazio, giocata tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ci riconduce alle conquiste tecnologiche più attuali e condivise e alla sempre più vicina conoscenza degli ambienti cosmici che hanno forgiato il nostro essere umani e terreni. Non si va nei pressi della Luna con un nostro pilota per dimostrare di essere più potenti di altri, ma perché un uomo, un europeo, ha saputo dimostrare che l’Italia, è capace di esprimere eccellenze tali da riuscire a sedersi sulla postazione dei comandi per guidare l’universo alla scoperta di sé. Competenza ed esperienza, acquisite nei suoi 366 giorni trascorsi nello spazio durante le missioni di lunga durata, Volare e Beyond, sulla Stazione Spaziale Internazionale, sono i requisiti che hanno permesso all’astronauta di raggiungere il livello di preparazione necessario per compiere la sfida tanto attesa: Artemis III si spingerà oltre i consueti limiti delle operazioni compiute dai veicoli spaziali in orbita.

L’obiettivo dell’esplorazione che vedrà protagonista il nostro astronauta è evidente: imparare a muoversi sempre più lontano nello spazio. Insieme all'astronauta della NASA, il comandante Randy Bresnik, e agli astronauti della NASA Frank Rubio e Andre Douglas in qualità di specialisti di atterraggio, Parmitano, che si è formato come pilota collaudatore presso l’EPNER, la scuola di sperimentazione in volo francese, ed è stato selezionato dall’Aeronautica Militare italiana nel 2007, dovrà testare complesse e delicate operazioni di rendez-vous e di attracco per far evolvere le tecnologie in vista dei prossimi viaggi nel Sistema Solare.

La Luna e la Terra in uno scatto della missione Artemis II.
La Luna e la Terra in uno scatto della missione Artemis II.

La Luna e la Terra in uno scatto della missione Artemis II.

(via REUTERS)

Nato a Paternò nel 1976, è sposato, con due figlie. Ama il sollevamento pesi, il nuoto, andare in bicicletta e la corsa. Si è laureato in Scienze Politiche con una tesi in Diritto Internazionale, si è poi diplomato all'Accademia Aeronautica Italiana di Pozzuoli e ha conseguito il Master in Ingegneria del Volo Sperimentale all'Istituto Superiore dell'Aeronautica e dello Spazio (ISAE) di Tolosa. «In qualità di pilota collaudatore» – ha commentato dopo l’annuncio della NASA – «questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna». «Allo stesso tempo, il Modulo di Servizio Europeo (ESM) dell’ESA» – ha sottolineato Josef Aschbacher, Direttore Generale dell’ESA – «fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis».

Prima di ogni altro pensiero, Luca Parmitano ha voluto ringraziare il suo Paese come sua “base di lancio”. Qual è, gli chiediamo, il senso di quel primissimo riferimento all’Italia? «Mi fa molto piacere che siano stati in tanti a cogliere la mia metafora che mi è venuta in mente in maniera assolutamente spontanea» – ci racconta – «e che ho cercato poi di raccogliere in un’unica immagine. Per quanto mi riguarda, sono oramai più di vent’anni che vivo all’estero per motivi professionali, ma non ho mai smesso di essere italiano, non ho mai smesso di portare la bandiera italiana sulla spalla sinistra, non ho mai dimenticato le mie origini, continuo ad avere un grandissimo senso di responsabilità e di gratitudine verso un Paese che mi ha cresciuto, educato, sia nell’educazione di base, che nell’educazione professionale e sono grato per le opportunità che mi sono state date dall’Italia. Opportunità che altri Paesi europei ci invidiano. Vengo dai ranghi dell’Aereonautica Militare, che mi ha addestrato prima come pilota da caccia e poi come pilota sperimentatore» – ci racconta - «e questo è il bagaglio professionale che ha spinto la NASA a scegliermi come pilota per questa missione. Sono entrato in ESA grazie alle mie esperienze lavorative e professionali. L’Agenzia Spaziale Italiana mi ha permesso di mettere in pratica la mia prima esperienza spaziale nel 2013 con la missione Volare. Questo senso di debito e di gratitudine nei confronti del mio Paese è con me e mi accompagna. Chiaramente, niente di tutto questo sarebbe successo senza il ruolo di ponte dell’Agenzia Spaziale Europea e volevo ringraziare l’ESA che oggi mi permette di essere un astronauta per il ruolo di legame, di cooperazione e di costruzione di ponti. È un esempio per tutto il mondo: venticinque Paesi di cui ventitré stati membri che collaborano insieme per il bene comune. L’Italia» – ricorda – è uno dei Paesi fondatori dell’Agenzia Spaziale Europea e questa è un’incredibile fonte di orgoglio per tutti noi italiani. Per questo ho voluto dire che, se la base di lancio è l’Italia, che mi ha dato le fondamenta professionali per essere dove sono, l’Europa è sicuramente la struttura, la rampa, la torre di lancio che permette agli astronauti di avvicinarsi all’astronave. Il carburante, l’ho detto in maniera molto emotiva, è rappresentato dalla mia famiglia».