PHOTO
Amalia Ercoli Finzi, 89 anni
Amalia Ercoli Finzi, quando ha iniziato a guardare il cielo?
«Avevo 3-4 anni. Erano tempi di guerra che ricordo benissimo perché sono del 1937. Eravamo sfollati. I bambini percepiscono l’atmosfera di preoccupazione e di angoscia anche quando gli adulti cercano di proteggerli».
Lei come li viveva?
«Uscivo sul balcone della stanzetta che dividevo con mia sorella Elvina a Gallarate e guardavo il cielo. Era scurissimo anche a causa del coprifuoco. Eppure, proprio lì, nello spettacolo delle stelle, trovavo conforto, un senso profondo di serenità e soprattutto la sensazione di non essere sola: sentivo che c’era qualcuno che pensava a me, che mi voleva bene e che quindi nonostante tutto potevo essere felice. Credo che il mio amore per le stelle sia nato allora. Facevo anche un gioco che mi divertiva molto: partivo da una stella e “saltavo” a quella vicina, costruendomi una strada immaginaria per visitare tutte quelle che riuscivo a vedere».
La prima stella di cui ha imparato il nome?
«Quella Polare. Ricordo che da bambina avevo imparato anche che, partendo dal timone del Grande Carro e seguendone l’arco, si incontrava Arturo, che è il “custode dei sette buoi”, come ho imparato più tardi, da adulta, perché le stelle del Carro, per gli antichi, erano proprio dei buoi. Arturo era, appunto, il loro guardiano. È una stella bellissima, la più luminosa. E poi c’era la cintura di Orione che si riconosce facilmente nel cielo».
Amalia Ercoli Finzi, la “signora delle comete” (ha progettato lei la trivella che ha trapanato il suolo del corpo celeste durante la missione Rosetta dando un contributo fondamentale allo studio delle comete), prima donna a laurearsi in Ingegneria aeronautica in Italia, ospite fissa ogni settimana del programma Splendida cornice di Geppi Cucciari su Rai 3, è tra i relatori più attesi della seconda edizione del Festival “Seminare idee” di Prato dove il 7 giugno terrà una lectio magistralis dal titolo Occhi al cielo.


Quanto è importante per l’uomo fissare lo sguardo verso la volta celeste?
«Vitale, direi, perché nel momento in cui riusciamo a guardare in alto ci rendiamo conto di quanto le nostre preoccupazioni quotidiane e i problemi terreni abbiano, in realtà, poca importanza e che le cose davvero essenziali sono pochissime. Guardare le stelle non significa fare l’astronomo il quale ha un altro tipo di interesse. Guardare le stelle serve a noi, a ricordarci che non siamo soli e che abbiamo una missione all’interno del cosmo, attraverso la nostra vita, che è qualcosa di straordinario, quella di valorizzare ciò che è davvero essenziale: la pace, la salute, il lavoro, l’amore, il volersi bene. Sono questi i veri valori».
La Repubblica italiana quest’anno compie 80 anni. Che ricordo ha del 2 giugno 1946?
«Le lunghe file ai seggi e una certa preoccupazione perché si temeva che potessero scoppiare dei disordini. Invece non successe nulla: fu un esempio di grande senso civico, una mobilitazione di tantissimi italiani che semplicemente volevano partecipare alla nascita di qualcosa di nuovo. Ricordo anche le discussioni in casa mia dove c’erano tre adulti a votare: mio padre, mia madre e mia nonna. Papà votò Repubblica, la mamma Monarchia, perché diceva che “non si sa mai come va a finire”. E mia nonna, che era del 1881, votò Repubblica. E quando le dissero: “Ma come, non hai votato per il Re?”, lei rispose lapidaria: “Per quel codardo?”. Il giorno dopo arrivarono i risultati e il Corriere della Sera uscì con il titolo: “È nata la Repubblica Italiana”. Ricordo mio padre che leggeva in piedi con il giornale aperto sul tavolo. E in quel momento ho capito che stava iniziando un’epoca nuova per l’Italia».
Dov’era il 4 ottobre del 1957?
«Frequentavo il secondo anno di università ed eravamo in piena Guerra Fredda. Avevo un compagno che diceva che i russi stavano preparando qualcosa, che nell’aria c’era una svolta e che gli americani lo sapevano, tanto da cercare di anticiparli, senza però riuscirci. E poi ricordo quel “bip bip” che arrivò dalla radio, il segnale dello Sputnik. I russi diventarono i padroni della tecnologia spaziale, gli americani erano stati battuti».


Si è emozionata per il lancio di Artemis II ad aprile?
«Sì, ma prima ancora sono stata contenta per la missione Artemis I del 2022 di cui si è parlato pochissimo e invece è stata importantissima perché per la prima volta si utilizzava il nuovo lanciatore e si metteva in orbita la navicella Orion che è riuscita ad entrare nella sfera d’influenza della Luna. Una missione completamente automatica: il lancio, l’inserimento nell’orbita corretta per raggiungere la Luna, il posizionamento per una prima parte della futura orbita della stazione lunare e poi il rientro con lo splashdown nell’Oceano Pacifico. Tutto perfettamente riuscito».
Però Artemis II ha suscitato più emozione.
«È stata la prima missione con un equipaggio a volare oltre l’orbita terrestre, intorno alla Luna, dai tempi della fine delle missioni del programma Apollo».
Con una donna, Christina Hammock Koch, a bordo.
«Simbolicamente ha significato molto: la parità e il riconoscimento dell’importanza del nostro lavoro. Noi donne portiamo un punto di vista differente. Non si tratta solo del fatto che siamo capaci – spesso anche più degli uomini – ma che il nostro sguardo è diverso. Siamo in grado di cogliere aspetti che spesso all’altra metà del mondo sfuggono. E questo vale non solo per le missioni spaziali».
Nella sua carriera si è sentita discriminata per il fatto di essere una donna?
«Quando studiavo all’università no perché quando i miei compagni hanno visto che ero brava quanto loro, e in certi casi anche più di loro, ho avuto la stima di tutti. Il problema è venuto dopo. È quando bisogna fare carriera che le difficoltà per le donne si fanno sentire davvero: nel riuscire a fare il lavoro che si ama e per cui si è portati e nel vedere questo riconosciuto. Il nodo è l’accesso ai ruoli di comando che troppo spesso restano occupati da uomini. E non perché manchi il valore ma perché il sistema non sempre funziona in modo pienamente meritocratico e, a volte, contano di più la simpatia, la fiducia personale, le relazioni».
Lei poi ha diretto il Dipartimento di Ingegneria aerospaziale del Politecnico di Milano.
«Mi votarono solo i segretari e i tecnici non i colleghi. Molti mi vedevano come una presenza fuori dagli schemi, una con le idee strane. Sono stata anche la prima donna a tenere la prolusione, cioè la cerimonia di apertura dell’anno accademico. Era il 139° anno. Ci sono voluti 138 anni ma alla fine ce l’abbiamo fatta (ride, ndr)».
In Italia le donne laureate nelle materie Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, ndr) sono il 16 per cento contro il 37 degli uomini. Cosa vorrebbe dire alle ragazze che vogliono studiarle?
«Di tenere duro, fare rete e sostenersi l’una con l’altra. E soprattutto, vorrei ricordagli quello che mi diceva sempre mia nonna: “Se subisci un’ingiustizia e non puoi fare nulla per evitarla, sopportala pure, ma se puoi fare in modo che quell’ingiustizia sia conosciuta, allora devi farlo. Perché se non si dà voce alle ingiustizie, è come se non esistessero”. Se vogliamo raggiungere la parità, non dobbiamo stare zitte e subire ma far emergere ciò che non va e protestare».
L’Intelligenza artificiale è maschilista?
«Si basa su dati e algoritmi ma i dati che utilizziamo spesso riflettono i pregiudizi della nostra società. Per questo quei pregiudizi vengono assunti come realtà e finiscono per riprodursi nei sistemi che costruiamo, con effetti che possono penalizzare soprattutto le donne. Non ho paura dell’intelligenza artificiale: sono convinta che sapremo usarla anche molto bene. Ma oggi, così com’è, porta dentro di sé gli stessi pregiudizi che abitano la nostra società».
Ha definito il suo rapporto con le comete simile a una lunga storia d’amore.
«È così. Le adoro: non sono come piccole stelle che attraversano il cielo ma corpi celesti veri e propri che puoi osservare e ammirare nella loro bellezza. Quando si avvicinano al Sole, sviluppano la loro splendida coda, un segno evidente di questo incontro. È come se sentissero la sua presenza, lo raggiungessero e, nel momento dell’incontro, si accendessero. Poi però il Sole le lascia tornare verso le regioni più lontane e fredde dello spazio dove continuano a portare con sé il ricordo di quell’incontro, quasi a sognarlo. In fondo, è una metafora della vita: l’amore, il corteggiamento, il mistero dell’incontro».
Lei si è sempre definita credente. Tra scienza e fede non c’è contrasto?
«Sono due mondi distinti: la scienza è il mondo del pensiero logico mentre la fede appartiene al trascendente. E trascendente non significa invisibile o inesistente ma ciò che va oltre ciò che possiamo comprendere e dominare pienamente con gli strumenti della conoscenza umana. Sono due dimensioni diverse. Io so solo che mi resta ancora molto da capire e, quando andrò di là, molto da farmi spiegare».


La Terra tramonta all’orizzonte lunare in questa immagine ripresa dalla capsula Orion durante il sorvolo della Luna dell’equipaggio di Artemis II, il 6 aprile 2026. In primo piano il cratere Ohm, con i suoi caratteristici bordi terrazzati e i rilievi centrali
(EPA)Siamo soli nell’universo?
«No. È altamente probabile, direi quasi certo, che esistano altre forme di vita. Il vero problema, però, è un altro: riuscire a entrare in contatto con esse. Le distanze sono tali da richiedere tempi immensi, legati agli anni luce e quindi a scale che superano di molto la nostra esperienza. Per questo è difficile immaginare che due civiltà tecnologicamente evolute possano incontrarsi: le loro fasi di sviluppo, anche se durano migliaia di anni, sono comunque brevissime rispetto ai tempi necessari per attraversare lo spazio tra sistemi stellari diversi».
Gli uomini non le stanno molto simpatici tranne uno: suo marito Filiberto.
«Il mio Finzi è d’oro perché è l’uomo giusto per me. È una persona con cui condivido passioni, interessi e soprattutto valori. Ci siamo sempre valorizzati a vicenda: io lui, e lui me. E questo, per me, è ciò che conta davvero».







