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C'è una torre di uffici a Toranomon, nel cuore finanziario di Tokyo, che dista dieci minuti a piedi dalla sede dell'Agenzia nazionale di polizia giapponese, quella che dovrebbe occuparsi di controspionaggio. In uno di quegli uffici lavora, sotto la copertura di dipendente Aeroflot, un uomo di 49 anni che il New York Times ha identificato come il capo del 20° Direttorato, un'unità dell'intelligence militare russa. Si chiama Maksim Vladimirovich Filchenkov. Da quattro anni, secondo l'inchiesta del quotidiano americano, coordina da lì una rete che compra microchip, trasmettitori e macchinari giapponesi destinati, in teoria, a usi civili, e li fa arrivare fino alle fabbriche d'armi russe che alimentano la guerra in Ucraina.


Non è un dettaglio da poco che l'ufficio sia così vicino alla polizia che dovrebbe sorvegliarlo. È quasi una metafora della falla che la Russia ha imparato a sfruttare: il Giappone, terza economia del mondo e primo esportatore globale di tecnologie "dual use", capaci cioè di uso sia civile sia militare, non ha un'agenzia di intelligence centralizzata paragonabile all'Aisi italiana, alla Cia o all'Fbi statunitensi. Ha invece una costellazione di uffici dipendenti da ministeri diversi, che comunicano poco tra loro. Il risultato è un Paese che gli addetti ai lavori chiamano da anni, con un'espressione insieme ironica e allarmata, il "paradiso delle spie".
Le radici di questa debolezza affondano nella storia. Sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti, che ne scrissero la Costituzione pacifista e gli vietarono un vero esercito. Anche dopo la fine formale dell'occupazione, nel 1952, Washington continuò a esercitare la propria influenza opponendosi alla nascita di apparati di intelligence indipendenti dal proprio controllo. Ottant'anni dopo, quella scelta di allora si è trasformata in una vulnerabilità strutturale che Mosca sfrutta con metodo.


Il meccanismo ricostruito dal New York Times è, nella sua sostanza, semplice quanto elegante. La compagnia aerea di Stato russa Aeroflot, colpita dalle sanzioni internazionali, ha smesso di volare verso i Paesi occidentali e fatica persino a mantenere in servizio i propri aerei per la mancanza di pezzi di ricambio.
Ma può ancora spedire merci appoggiandosi a intermediari locali. Uno di questi è Proco Air, società di logistica cargo giapponese il cui titolare, Takehiko Miki, ha ammesso ai giornalisti americani di lavorare con Filchenkov dal 2024, dopo averlo conosciuto anni prima. Il sistema funziona così: Proco Air acquista spazio su voli cargo diretti verso Paesi che ancora commerciano con la Russia, come Sri Lanka, Uzbekistan e Vietnam. Da lì, la merce passa a operatori russi ed entra nel Paese via Aeroflot.


Preso singolarmente, ogni passaggio è legale: le sanzioni non vietano l'export di beni per uso civile. Il reato, se c'è, si nasconde nelle pieghe di quella catena, nel momento in cui componenti destinati a un ospedale finiscono invece dentro un drone.
Miki si è difeso sostenendo di spedire soprattutto attrezzature mediche e cosmetici, e negando di aver mai saputo dei legami di Filchenkov con i servizi segreti. Ma un documento che ha mostrato ai cronisti, parzialmente cancellato a penna, quasi a voler sottolineare quanto ci sia ancora da nascondere, riguardava una spedizione verso R-Pharm, azienda farmaceutica russa non sanzionata ma guidata da un imprenditore, Aleksei Repik, colpito da misure restrittive di Australia, Regno Unito e Canada per la sua vicinanza a Vladimir Putin.


Dietro le smentite e i documenti corretti a mano, però, restano i numeri, ed è lì che la storia smette di essere una vicenda di uffici e spedizionieri e diventa una questione di vite umane. Secondo una stima del governo ucraino, il novanta per cento dei missili e dei droni russi caduti sull'Ucraina contiene ormai componenti di fabbricazione giapponese.
Kiev lo scrive, lo documenta e lo denuncia da mesi: solo nell'aprile del 2025 ha inviato otto lettere ufficiali al ministero degli Esteri giapponese, ciascuna corredata di fotografie di pezzi recuperati tra le macerie delle armi russe esplose sul proprio territorio, alcuni riconducibili a colossi come Nippon Electric Corporation, Panasonic e Toshiba, aziende che, stando alla stessa ricostruzione ucraina, non erano consapevoli dell'uso finale dei propri prodotti. Anche il nome di Proco Air compariva in quelle lettere.


Eppure, a oggi, né Proco Air né Aeroflot sono state formalmente accusate dalle autorità giapponesi, e il governo di Tokyo non ha voluto commentare nel dettaglio la vicenda. La premier Sanae Takaichi sta però provando a correre ai ripari, spingendo in Parlamento una riforma che darebbe finalmente al Giappone un organo di intelligence centralizzato, sul modello occidentale. È la prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che la guerra in Ucraina non si combatte soltanto lungo il fronte del Donbass, ma anche nei porti, negli aeroporti cargo e nei conti correnti di società di spedizioni che nessuno, fino a ieri, aveva ragione di sospettare.
Ed è una guerra che non risparmia l'Europa, tantomeno l'Italia. Pochi giorni prima che il New York Times pubblicasse la sua inchiesta, il governo italiano ha ordinato l'espulsione di due addetti militari dell'ambasciata russa a Roma, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, ritenuti dagli inquirenti i referenti di una rete di spionaggio che avrebbe reclutato due ex appartenenti ai servizi segreti italiani, ora ai domiciliari, e che vede altre cinque persone indagate per spionaggio politico e militare e rivelazione di segreti di Stato.
Al centro dell'inchiesta della Procura di Roma, condotta con il supporto del Ros dei Carabinieri dopo una segnalazione dell'Aisi, figura in particolare un ex sottufficiale dell'Arma, indicato come l'intermediario principale con un presunto agente russo protetto da immunità diplomatica.


Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rivendicato la scelta come una risposta a fatti dimostrati da filmati e fotografie, definendo l'operazione di Mosca un episodio di "guerra ibrida" contro l'Occidente. La reazione del Cremlino non si è fatta attendere: l'ambasciatore russo Alexei Paramonov, convocato alla Farnesina, ha risposto con parole sprezzanti verso i vertici della diplomazia italiana, mentre Mosca ha annunciato l'espulsione, per reciprocità, di due funzionari italiani.
Tokyo e Roma, ai due estremi opposti dell'Eurasia, raccontano in fondo la stessa storia, con accenti diversi. Da una parte una rete paziente e silenziosa che sfrutta le crepe di un sistema industriale avanzato per procurarsi i componenti di una guerra lontana migliaia di chilometri dal fronte; dall'altra un apparato diplomatico che utilizza le proprie immunità come schermo per attività di intelligence contro un alleato della Nato.


In entrambi i casi, la stessa domanda resta sospesa: quanto tempo ancora impiegheranno le democrazie occidentali a capire che la sicurezza nazionale, oggi, si gioca tanto nei container di un aeroporto cargo quanto nelle trincee ucraine? Mosca, quattro anni dopo l'inizio dell'invasione, ha dimostrato di saper trasformare ogni distrazione altrui in un'opportunità. Resta da vedere se Tokyo, e con essa l'intero Occidente, sapranno chiudere in tempo le porte di quel paradiso.















