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La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervistata da Nicola Porro su Rete 4.
C’è un curioso vizio ricorrente della politica italiana: riscrivere la storia quando la storia non collabora abbastanza con la propaganda. È accaduto ancora una volta quando Giorgia Meloni ha sostenuto che sarebbe giunta l’ora di eleggere al Quirinale un presidente che non provenga dal Centrosinistra. Una frase efficace per i comizi. Molto meno per chi abbia la pazienza di aprire un manuale di storia repubblicana.
Da quando esiste la Repubblica, il Quirinale è stato abitato da uomini diversissimi tra loro, ma quasi mai riconducibili alla caricatura evocata dalla presidente del Consiglio. C’è stato Enrico De Nicola, monarchico liberale prestato alla Repubblica. C’è stato Luigi Einaudi, padre del liberalismo italiano. C’è stato Giovanni Gronchi, democristiano centrista. Poi Antonio Segni, uomo della destra della Democrazia Cristiana, conservatore fino al midollo. Seguirono Giuseppe Saragat, socialdemocratico anticomunista, Giovanni Leone, ancora democristiano conservatore, massacrato dalla sinistra, al punto che dovette dimettersi per un’inchiesta farlocca di Camilla Cederna, poi Sandro Pertini, socialista, Francesco Cossiga, esponente di una Dc tutt'altro che progressista, Oscar Luigi Scalfaro, cattolico democratico, Carlo Azeglio Ciampi, tecnico e liberale, Giorgio Napolitano, il solo proveniente direttamente dalla tradizione del Partito comunista italiano (anche se assimilabile alla destra), e infine Sergio Mattarella, figlio della cultura della Democrazia Cristiana, con ascendenti morotei.
Gli unici due presidenti che possono essere definiti, con qualche approssimazione, espressione della sinistra, sono il socialista Pertini e Napolitano (che però apparteneva alla corrente più a destra del Pci, quella dei riformisti). Tutti gli altri appartengono al vasto mondo del liberalismo, del centrismo cattolico, del mondo repubblicano o della socialdemocrazia. Molti, come Segni o Cossiga, erano collocati nella componente più conservatrice della Democrazia Cristiana. Difficile sostenere che Einaudi fosse un bolscevico, che Segni fosse un maoista o che Scalfaro un libertino che coltivava nostalgie socialdemocratiche.
Il Quirinale non è mai stato monopolio del centrosinistra, tanto meno della siniostra. È stato, semmai, il luogo dove la Repubblica ha cercato figure di altissimo profilo capaci di rappresentare l’intero Paese, spesso provenienti dall'area moderata che ha governato l’Italia per quasi mezzo secolo.
Per questo la formula usata da Meloni sorprende. Non perché una forza politica di destra non abbia il diritto di aspirare alla più alta magistratura dello Stato. Sarebbe perfettamente legittimo. Ma perché, per sostenere questa ambizione, occorre deformare la storia fino a renderla irriconoscibile.
In realtà il punto è un altro. Quando la premier parla di rompere il tabù e di eleggere finalmente un presidente “di destra”, non sembra riferirsi alla destra liberale, conservatrice o cattolica che pure ha avuto largo spazio nella storia repubblicana e negli inquilini del Colle. Pensa a un’altra genealogia. Al suo album di famiglia. E’ una questione di prospettiva: se discendi dalla destra almirantiana, tutto ciò che vedi è di sinistra, compresi i senatori a vita.
Forse è lì che bisogna cercare il significato politico della frase. In quella tradizione che la Costituzione non la scrisse perché si trovava dalla parte sbagliata della storia, quelli che uscivano dalla tragedia della Repubblica Sociale Italiana, da Salò e prima ancora dal Ventennio fascista. Per quella cultura politica il Quirinale non rappresenterebbe soltanto una fisiologica alternanza democratica, ma il compimento di una lunga marcia simbolica.
Inutile discutere la distorsione storica. Conviene piuttosto prenderne atto. Quando Meloni parla del primo presidente di destra, non sta cancellando un presunto monopolio della sinistra che non è mai esistito. Sta inseguendo una continuità ideale che appartiene alla sua tradizione politica. Una lunga, marcia su Roma. Stavolta morbida e per fortuna democratica.




