Era necessario che (a fronte di alcuni che hanno scelto come Famiglia Cristiana di non farlo) Tv e siti Internet di testate giornalistiche diffondessero il video dell’aggressione alla professoressa di Trescore Balneario? Se lo sono chiesti, anche da dentro, in tanti in questi giorni, a maggior ragione sapendo che il ragazzino che ha attuato quel proposito insano, non tradotto in omicidio solo per poco e per caso, stava filmando la sua azione con il proposito di agire in diretta per renderla visibile. La risposta umana, ancora prima che deontologica, secondo noi doveva essere no.

È ormai un’abitudine consolidata la circolarità tra Tv, siti, versioni online dei giornali di carta e social network, e la tentazione della “viralità” a ogni costo è una tentazione forte anche per l’informazione professionale. Ma in un momento in cui ci si interroga sull’aumento della violenza tra i giovanissimi, con anche il bisogno di distinguere tra l’aumento effettivo e l’aumento percepito che potrebbe derivare dall’attenzione mediatica, la domanda è: se è vero che siamo soprattutto noi “boomer” gli utenti dell’informazione tradizionale e della sua declinazione tra Instagram e Facebook, dove comincia e dove finisce la nostra responsabilità, di operatori/utenti dell’informazione e di individui adulti quando decidiamo, potendo benissimo prevedere che cosa conterrà, di pubblicare o anche solo di aprire quel video, di vederne il contenuto e magari di condividerlo con altri, sapendo che il solo aprire e indugiare contribuisce a far sì che l’algoritmo aiuti diffonderlo.

Quanti di noi, anche solo immaginando come si sarebbero sentiti al posto di quella professoressa esposta in quel modo, hanno scelto di non aprire per non alimentare il volume dei click e per non innescare la viralità? Quanto ha aggiunto alla nostra informazione il presumibile sgomento in diretta, che sarebbe bastato immaginare immedesimandoci e che tra l’altro aveva, per chi lo ha pubblicato, l’evidente problema deontologico di esporre in modo improprio la vittima e l’autore quasi bambino di quell’atto? Da adulti avremmo anche il dovere di chiederci quanto la diffusione potrebbe innescare un effetto-emulazione. Responsabilità vorrebbe che almeno noi sapessimo attivare l’autocontrollo prima di fare click.

La pandemia ci ha insegnato a nostre spese per esperienza che la viralità è un concetto preso a prestito dalla medicina e dalla propagazione dei virus nel mondo reale: ora tutti dovremmo sapere che una epidemia galoppa fino alla crescita esponenziale se uno che si prende un virus contagia almeno altre due persone. E che l’epidemia è destinata a spegnersi progressivamente se per ognuno che si prende il virus se ne contagia meno di un altro.

La matematica della viralità online funziona esattamente allo stesso modo, ma prendersi un virus e contagiare qualcuno il più delle volte è una sfortuna che le precauzioni possono contenere ma non controllare del tutto, aprire un video a contenuto violento e trasmetterlo a qualcun altro o invece decidere di non aprirlo e non trasmettere, è una scelta individuale di contribuire a diffonderlo o a rallentarne la corsa.

Come possiamo insegnare ai più giovani un uso responsabile della Rete se siamo noi adulti i primi a usarla in modo irresponsabile e a soggiacere passivamente alla dittatura dell’algoritmo? Vale per i singoli e vale ancora di più per chi per professione ha la responsabilità anche più grande di maneggiare parole e immagini pubbliche.