«Chi lasceresti a casa?». Non è una battuta cattiva uscita a un aperitivo dopo il terzo spritz. È un questionario aziendale, carta intestata, aria da “strumento di ascolto”. «Ascolto di chi?», viene da chiedersi. Del lato peggiore delle persone?

Viviamo in un Paese che con il lavoro ha un rapporto complicato: lo critichiamo quando c’è, lo rimpiangiamo quando manca. E adesso scopriamo che, per “testare il clima aziendale”, basta trasformare i dipendenti in concorrenti di Squid Game, versione impresa. Mancano le tute verdi, ma si ragiona per categorie umane: giovani, part-time, senza figli, assunti da poco. Chi mandereste via? Fate voi. Pilato in versione Human Resource.

Il punto non è se il questionario sia stato compilato da dieci persone o da una sola, magari per sbaglio. Il punto è che qualcuno ha pensato fosse una buona idea. Che in un momento storico già abbastanza avvelenato, qualcuno abbia deciso di mettere un microfono sotto il naso ai lavoratori e dire: scegli tu chi deve sparire. Un modo elegante e crudele per lavarsene le mani, pewr declinare ogni responsabilità.

Ci raccontano che serve a scongiurare i licenziamenti. Curioso metodo: per evitare di tagliare, si chiede dove colpire, dando la stura a potenziali ripicche, antipatie, vendette di lavoro, livore nei confronti del collega, antipatie, convenienze, camarille aziendali. E intanto si insinua il sospetto: oggi giudico io, domani toccherà a me, come nella famosa poesia di Bertold Brecht.

Ridurre il lavoro a una gara di esclusione è un impoverimento morale prima ancora che produttivo. Perché il valore di una persona non sta nei figli che ha, nell’età anagrafica o nel contratto. Sta in quello che fa. E spesso lo fa in silenzio.

Ma il lavoro non è un reality, e l’azienda non è un’arena. Quando cominci a chiedere “chi lasceresti a casa” hai già sbagliato tutto.