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Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi.
C’è sempre un fatto di cronaca a fare da miccia. A Torino come altrove. Il pestaggio a martellate di un poliziotto, un episodio gravissimo, deprecabile, scuote l’opinione pubblica e riapre, puntuale, il cantiere della “sicurezza”. Il copione è noto e si è ripetuto: nuovo pacchetto, nuovi reati, pene più severe, maggiore discrezionalità per le forze dell’ordine.
La politica si muove sull’onda dell’emozione, promette risposte rapide e rassicuranti. Ma la domanda resta, ostinata: questa strada produce davvero più sicurezza o soltanto l’illusione di aver fatto qualcosa a costo di inasprire le libertà individuali? La storia legislativa italiana insegna che le leggi scritte sotto la pressione dell’emotività collettiva sono spesso cattive leggi. Lo sono ancor di più quando mettono mano all’habeas corpus, ovvero alla tutela delle restrizioni fisiche (il carcere, il fermo, l’arresto), che risale alla Magna Charta, cioè al cuore fragile del rapporto tra Stato e cittadino. I padri costituenti italiani lo sapevano bene. Reduci dalla violenza dell’Ovra fascista e dalle brutalità delle squadracce repubblichine, i padri costituenti scelsero di circondare la privazione della libertà di garanzie stringenti, limitando il potere quando si presenta in uniforme.


Scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino il 31 gennaio
(ANSA)L’articolo 13 della Costituzione parla della libertà personale come diritto fondamentale supremo, limitato dall’autorità giudiziaria e con riserva di legge e di giurisdizione. L’ultima parola spetta al giudice, non al poliziotto. Non stupisce, allora, che dal Quirinale arrivino richiami alla prudenza. Il presidente della Repubblica, nel colloquio con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, avrebbe aperto a un via libera condizionato, chiedendo correzioni significative sia sul cosiddetto scudo penale sia sul fermo preventivo di polizia. Sono state fatte? Non ne abbiamo la certezza, perché si tratta ancora di uno schema di decreto. In ogni caso sarebbe il ritorno a un’idea di ordine pubblico che richiama modelli lontani dalla nostra tradizione democratica, più vicini a un regime poliziesco che a uno Stato costituzionale di diritto. A questo vanno aggiunte indicazioni della premier Meloni al giudice improntate a una maggiore severità nel trattamento dei presunti responsabili dei fatti di Torino, oltre a rammaricarsi sulla decisione della scarcerazione degli indagati da parte dei magistrati. Un’ingerenza del potere politico su quello giudiziario scorretta, che tra l’altro rischia di inserirsi impropriamente e strumentalmente nel contesto del referendum sulla riforma della separazione delle carriere. L’approccio emergenziale alla sicurezza non è una novità, anche se l’attuale governo sembra farne una cifra distintiva, ricorrendo con disinvoltura alla decretazione d’urgenza. Eppure i dati sulla delittuosità – a parte i casi eclatanti, come quello di Torino - non giustificano misure eccezionali. A pesare, piuttosto, è un dibattito pubblico deformato dal sensazionalismo, che trasforma la percezione dell’insicurezza in un moltiplicatore di consenso (grazie anche all’onnipresenza dei social). Anche la proposta di legge in cantiere della Lega si basa su questa percezione. Si tratta di 24 articoli per rimpatriare, volontariamente o meno, i migranti. Anche quelli regolari. Il comitato Remigrazione e riconquista, lo hanno spiegato, ne fa una questione di sicurezza ma anche di identità nazionale, da recuperare e da salvaguardare. Una proposta tanto inattuabile dal punto dell’organizzazione quanto brutale dal punto di vista morale, che rimanda all’epoca dei campi di concentramento e dei ghetti. La fondazione di un nuovo partito da parte del generale Vannacci potrebbe innescare una competitività con la Lega a colpi di decreti e proposte di legge. E quella sulla “remigrazione”, addirittura degli immigrati regolari, è la peggiore di tutti.






