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Scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, Torino 31 gennaio 2026
Si preannuncia un nuovo pacchetto sicurezza, innescato come spesso accade da fatti di cronaca non sempre del tutto imprevedibili: come in relazione ai precedenti decreti simili si parla di individuazione di nuovi reati sempre più dettagliati e di inasprimento delle pene. Questa modalità di intervento legislativo, oltre a rassicurare psicologicamente perché lascia intendere che di dovere si sta occupando del problema, porta a maggiore sicurezza in concreto? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Campesi, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Bari, dove dirige il Master in Criminologia e politiche per la sicurezza e, dal 2023, coordina il Dottorato in Scienze politiche e sociali per la sicurezza e lo sviluppo.
Professor Campesi, che cosa dobbiamo aspettarci in concreto dal decreto che sta prendendo forma?
«L’approccio emergenziale alla gestione della sicurezza non è certo una novità, sebbene questo governo si distingua per una spiccata propensione alla decretazione d’urgenza. A giudicare dall’andamento della delittuosità nel nostro Paese, non vi è tuttavia alcuna ragione oggettiva per fare ricorso a misure eccezionali. È vero, piuttosto, che alcune caratteristiche strutturali del dibattito pubblico su temi come criminalità e insicurezza favoriscono il sensazionalismo e, di conseguenza, risposte politiche estemporanee. Molte delle misure adottate hanno infatti un carattere prevalentemente simbolico e assolvono soprattutto a una funzione rassicurativa nei confronti dell’opinione pubblica. Vi è però un paradosso insito in questo approccio alla sicurezza: il rischio di produrre quella che potremmo definire una frustrazione securitaria».
Con quali effetti concreti?
«L’aspettativa di sicurezza generata dal ricorso sistematico a misure eccezionali è destinata a essere continuamente smentita dall’emergere di nuove “emergenze”, che finiscono per certificare, implicitamente, il fallimento delle misure precedenti. Nel lungo periodo, il bisogno di sicurezza finisce così per divorare sé stesso: i decreti sicurezza cessano di rassicurare e perdono progressivamente efficacia simbolica. L’esito è una dinamica perversa, che rende necessaria la costante produzione di nuove paure e l’individuazione ricorrente di nuovi nemici pubblici».


Nella combo, la premier Giorgia Meloni all'Ospedale Molinette di Torino, mentre fa visita a Lorenzo (D) e a Alessandro (S), due poliziotti rimasti feriti durante gli scontri al corteo per il centro sociale Askatasuna di sabato scorso
(ANSA)Uno dei temi più controversi, non da ora evocato, è lo “scudo” – virgolette d’obbligo – per le forze dell’ordine nella tenuta dell’ordine pubblico. Dai giuristi arrivano perplessità in tema di compatibilità con la procedura penale e la Costituzione. Le condivide?
«Condivido pienamente le preoccupazioni già espresse dai colleghi. Aggiungo che, anche qualora il governo riuscisse a formulare la norma in modo tale da aggirare eventuali rilievi di incostituzionalità, ci troveremmo comunque di fronte a un pericoloso arretramento sul piano culturale. Al di là degli aspetti tecnici, il significato profondo di disposizioni come l’articolo 28 della Costituzione è che chi esercita funzioni pubbliche è chiamato a una responsabilità pari, se non maggiore, rispetto a quella dei comuni cittadini. Un simile provvedimento trasmetterebbe invece un messaggio opposto, introducendo una logica di privilegio incompatibile con l’impianto costituzionale. Il segnale che ne deriverebbe sarebbe dunque profondamente anticostituzionale, anche prima e indipendentemente da ogni valutazione di legittimità formale».
Trova realistico che si prometta che si possa scrivere una norma che eviti l’apertura di un’indagine penale?
«Se non fosse chiaro il significato politico di una misura di questo tipo, si potrebbe liquidarla come un paradosso logico. Come si può infatti stabilire se l’uso della forza o delle armi sia stato legittimo in una determinata circostanza senza procedere a un’indagine? Ma, appunto, il significato della norma è fin troppo chiaro. Da un lato, essa serve a rassicurare l’opinione pubblica, solleticando l’idea che paure e insicurezze diffuse fossero alimentate da norme e vincoli che “legavano le mani” ai poliziotti, impedendo loro di svolgere il proprio lavoro con la dovuta serenità. Dall’altro, la misura appare funzionale a compiacere una categoria professionale che da tempo si percepisce come svilita ed esposta a rischi eccessivi».
Un decreto simile potrebbe ridurre almeno questi ultimi?
«Occorre però domandarsi da dove provengano, concretamente, i rischi professionali cui i poliziotti sono esposti e se questa sia davvero la strategia più efficace per neutralizzarli. In una recente intervista, l’ex capo della polizia Gabrielli ha richiamato, ad esempio, il tema della copertura delle spese legali, osservando come il rischio penale (cioè quello di essere sottoposti a indagine) non sia l’unico rilevante. Il cosiddetto “scudo penale”, infatti, non metterebbe comunque i poliziotti al riparo dalle azioni risarcitorie, che potrebbero avere un impatto economico ben più significativo rispetto ai procedimenti penali».
Ci sono strumenti di tutela più efficaci?
«Se il problema fosse davvero quello di tutelare una categoria da un rischio professionale eccessivo, allora si potrebbero immaginare strumenti diversi, come forme di copertura assicurativa o di sostegno finanziario mirato. Il punto, tuttavia, è che - come avviene per altre professioni “pericolose” - le compagnie assicurative pretenderebbero l’adozione di cautele e protocolli operativi adeguati, pena l’aumento dei premi e, quindi, dei costi per l’amministrazione. La questione diventa allora inevitabile: quali sono le cautele e i protocolli operativi che adottiamo quando mandiamo in strada i nostri poliziotti? Sono adeguatamente formati? Sono adeguatamente equipaggiati? I turni di lavoro consentono loro un riposo sufficiente? Le operazioni di ordine pubblico sono pianificate in modo adeguato, o gli agenti sono mandati in strada allo sbaraglio? Chi sostiene di stare davvero dalla parte dei poliziotti dovrebbe porre con serietà queste domande, anziché invocare forme più o meno mascherate di immunità. Va inoltre ricordato che, non di rado, le indagini della magistratura hanno avuto proprio la funzione di far emergere le inadeguatezze della pianificazione operativa e, dunque, le responsabilità dei vertici politici e amministrativi, più che quelle dei singoli agenti».
Complice forse il clima referendario, si sente spesso il Governo accusare la magistratura di “sgonfiare” l’effetto delle norme. L’insicurezza è colpa dei giudici?
«Certamente, in questa fase i toni dello scontro tra esecutivo e magistratura appaiono esasperati anche per evidenti ragioni propagandistiche; tuttavia, il nodo di fondo è tutt’altro che nuovo. L’idea secondo cui la magistratura “legherebbe le mani” alla polizia, e secondo cui le garanzie giuridiche costituirebbero un ostacolo a un’efficace azione di contrasto alla criminalità, riemerge ciclicamente nel dibattito pubblico. Questa rappresentazione svolge anche una funzione compensativa rispetto a quella che abbiamo definito come frustrazione securitaria, prodotta dal ricorso reiterato a misure emergenziali dal forte valore simbolico ma dalla scarsa efficacia strutturale. In tal modo vengono individuati capri espiatori verso i quali convogliare risentimento sociale e senso diffuso di insicurezza. Il rischio insito nella delegittimazione di uno dei poteri dello Stato è, però, ben più profondo: essa finisce per incrinare il delicato equilibrio istituzionale che caratterizza lo Stato di diritto, mettendo in discussione, in ultima analisi, le libertà di tutti».
Gli Stati Uniti, dove le armi in mano ai privati sono assai numerose e dove il sistema penale può minacciare una pena estrema come la pena capitale, secondo le statistiche sono i meno sicuri tra i Paesi parimenti avanzati. Che cosa dovrebbe suggerire questo dato a chi si pone il problema di migliorare la sicurezza?
«Questa è una domanda particolarmente interessante, anche perché offre l’occasione per ricordare che il cosiddetto “scudo penale” di cui si discute in questi giorni non riguarderebbe soltanto l’uso della coercizione da parte della forza pubblica, ma anche la legittima difesa privata. Nel complesso, tali proposte veicolano l’idea che non sia sempre necessario approfondire ogni episodio di ricorso alla violenza, sia quando essa proviene dal privato cittadino sia quando è esercitata dal pubblico ufficiale. Si insinua, in altre parole, che vi siano circostanze nelle quali è possibile “presumere” la legittimità dell’uso della forza — o persino delle armi — senza la necessità di ulteriori accertamenti. Il messaggio politico sotteso a un’impostazione di questo tipo mi appare profondamente pericoloso, poiché induce a ritenere che un certo grado di violenza, anche privata, possa essere considerato a priori tollerabile, sottraendolo al vaglio critico che dovrebbe invece accompagnare ogni sua manifestazione».









