Il Leone d’oro della Mostra di Venezia numero 83 va a Woman Unknown, e non è una scelta neutrale. Il film della regista danese di padre egiziano May el-Toukhy usa il passato per parlare al presente: racconta la storia di Marie, una donna che nell’immediato dopoguerra danese porta addosso lo stigma di una relazione avuta durante l’occupazione con un soldato tedesco. È la storia di una colpa trasformata in marchio sociale, della violenza esercitata sul corpo femminile, del confine sempre incerto tra vittima e carnefice.

Il verdetto veneziano è rafforzato dalla Coppa Volpi assegnata alla protagonista Mathilde Arcel, trent’anni, al suo primo ruolo da protagonista e al suo primo festival internazionale. Una doppietta abbastanza rara: il Leone al film e il premio alla sua interprete. El-Toukhy ha dedicato il riconoscimento alla figlia adolescente e ha invitato a usare la propria voce per chi viene abbandonato e messo a tacere. È una frase che potrebbe fare da epigrafe all’intero palmarès.

Perché Venezia 2026 sembra avere scelto, oltre che un’estetica, una sorta geografia morale. Ucraina, Gaza, Iran, Camerun, violenza sulle donne, adolescenti in crisi: il mondo è entrato prepotentemente nelle sale del Lido. E il film nel quale questo incontro tra cinema e storia contemporanea diventa più esplosivo è probabilmente Naza. I critici diranno che Venezia è la festa del cinema e spesso l’arte non coincide con il messaggio: ma in questo caso la giuria ha voluto testimoniare che arte e impegno morale possono coincidere e che è possibile che i due aspetti si raforzino l’un l’altro.

Il Premio speciale della giuria è andato infatti al documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Ottanta minuti, girati di notte sui tetti di Tel Aviv, e una scelta narrativa di grande forza: raccontare Gaza guardandola dal cuore stesso di Israele. Non attraverso un manifesto ideologico, ma attraverso un’inchiesta costruita anche sulle testimonianze di 24 ufficiali dell’Idf, ascoltati sotto anonimato. Alcuni parlano perché tormentati da ciò che hanno fatto, altri perché convinti di avere semplicemente compiuto il proprio dovere. Il neorealismo ai tempi di Netanyahu.

Naza è una delle opere più coraggiose passate quest’anno da Venezia proprio perché nasce dentro la società che mette sotto accusa. Il termine che dà il titolo al film appartiene al linguaggio militare e indica le vittime collaterali. Ma ciò che Abraham e Szor cercano di fare è precisamente restituire un volto, una responsabilità, una dimensione umana a ciò che il lessico burocratico della guerra trasforma in una categoria statistica.

È anche questo a rendere il film così importante. Non arriva dall’esterno per impartire una lezione a Israele. Sono due cineasti israeliani che obbligano il proprio Paese a guardarsi allo specchio, a guardarsi dentro. Secondo quanto raccontato nel film, gli ufficiali intervistati descrivono come sistemico, e non accidentale, il meccanismo delle uccisioni di civili palestinesi a Gaza. Dal palco Abraham ha detto che «tutti gli israeliani devono vederlo». La sala si è alzata in piedi ad applaudire.

C’è una forza particolare quando una democrazia produce al proprio interno gli strumenti per mettere sotto accusa se stessa. Naza appartiene alla tradizione migliore del cinema d’inchiesta: quella che non tranquillizza lo spettatore, non gli permette di uscire dalla sala esattamente come vi è entrato. In un tempo in cui ogni guerra è accompagnata da una guerra parallela delle immagini, delle parole e delle propagande, Abraham e Szor scelgono il terreno più scomodo: testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare israeliano.

È difficile immaginare un riconoscimento più significativo.

Anche il Leone d’argento per la regia premia l’impegno e porta direttamente dentro un’altra guerra europea. Lo conquista Ilya Khrzhanovsky con Dau. Il regista, che ha rinunciato alla cittadinanza russa dopo l’invasione dell’Ucraina, ha dedicato il premio agli ucraini che combattono «per la libertà» e «per la pace». Ha ricordato che alla gigantesca lavorazione del film, durata vent’anni, hanno partecipato più di duemila persone, molte delle quali ucraine.

Il Gran Premio della Giuria va invece al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, storia di due coppie le cui vite si incrociano durante la realizzazione di un documentario. Un ritorno importante per un autore che Venezia conosce bene e che già nel 2002 aveva conquistato il Leone d’argento con Oasis.

La migliore sceneggiatura premia Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un Bon Petit Soldat, mentre la Coppa Volpi maschile va a John Malkovich per Wild Horse Nine. Malkovich, impegnato su un altro set, riceve il premio a 72 anni dopo una carriera che comprende film come Le relazioni pericolose, Essere John Malkovich e Nel centro del mirino. Il premio Marcello Mastroianni incorona invece la ventitreenne Malou Khebizi, protagonista di 15/18 – A Place to Heal di Cédric Kahn.

Per l’Italia le soddisfazioni arrivano soprattutto da Orizzonti. Riccardo Scamarcio vince il premio come miglior attore per I figli della scimmia (e lo dedica a tutti i papà del mondo), film di Tommaso Landucci di cui è anche produttore, mentre Landucci e Damiano Femfert conquistano il riconoscimento per la sceneggiatura. Il miglior film della sezione è Detour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni; tra le interpreti viene premiata l’iraniana Lalah Marzban per Moragheb, che dedica il riconoscimento alle donne del suo Paese.
Resta allora l'immagine complessiva di questo palmarès. Venezia non ha premiato un cinema che fugge dalla realtà. Ha fatto il contrario. Dai corpi delle donne di Woman Unknown ai civili palestinesi raccontati da Naza, dagli ucraini evocati da Khrzhanovsky alle donne iraniane ricordate da Lalah Marzban, i premi disegnano una Mostra attraversata dalle fratture del nostro tempo.

Il Leone d’oro appartiene giustamente a Woman Unknown. Ma può accadere nei festival che il premio più importante non coincida con il film destinato a lasciare la ferita più profonda. A Venezia 83 quella ferita porta un nome breve, quasi burocratico, terribile proprio per questo: Naza.