Intervistare Carlo Castagna, scomparso venerdì a Como a 75 anni, fu difficilissimo. Non perché lui si negasse. Anzi, nonostante fossimo alla vigilia del funerale dei suoi cari, nonostante fosse ancora fresca e dolorosa la ferita della loro morte, aveva accetto di parlare con noi. Per la stima verso il nostro giornale, di cui era da sempre affezionato lettore (così ci tenne a ricordarci incontrandolo). Così, nel tardo pomeriggio di un freddo dicembre, dopo una giornata di febbrile attesa per tutta la redazione, arrivò la sua telefonata. Toccò a me rispondere e prendere appuntamento.

Castagna era marito di Paola Galli, padre di Raffaella e nonno del piccolo Youssef, tre del quattro vittime della strage di Erba dell'11 dicembre del 2006 per la quale sono stati condannati all'ergastolo i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Profondamente religioso, era giunto a perdonare gli autori del massacro e aveva donato alla Caritas la casa teatro dell'eccidio in cui erano state uccise quattro persone, mentre una quinta era rimasta gravemente ferita ma era sopravvissuta, diventando il teste principale contro Olindo Romano e Rosa Bazzi. Paola Galli, moglie di Carlo, la loro figlia Raffaella Castagna e il figlio di Raffaella, Youssef, di poco più di due anni, erano stati uccisi a colpi di spranga e a coltellate. Così come la loro vicina di casa, Valeria Cherubini, intervenuta con il marito Mario Frigerio (che sopravvisse alla strage), perché nell'appartamento di Raffaella era scoppiato un incendio, appiccato degli assassini.

Fu, inizialmente, davvero difficile. Perché per me, che lo avevo cercato e atteso, era faticoso immaginare come mi sarei rapportata con un uomo a cui due assassini avevano da poco strappato moglie, figlia e nipotino. E tutti, ahimè, sapevamo come. L’emozione e la paura di non saper usare le parole giuste davanti a un tale lago di dolore mi angosciava. Eppure, appena risposi al telefono, sentii la sua voce ferma (“sono Carlo Castagna”) e tutto fu più facile. Grazie a lui. Castagna ribadì con me, in quella intervista, il verbo che tanto aveva fatto discutere e colpito l’opinione pubblica: “Perdono”. Lo aveva poi ridetto e confermato tante volte a quanti stupiti chiedessero come fosse possibile. Forse anche io feci la stessa domanda, incapace di comprendere, ma non c’era molto da capire. La lezione era semplice per tutti noi: “Un cristiano perdona e basta”. Così gli era stato insegnato. Una lezione di fede e umanità, un esempio di superiorità morale che raramente si incontra nelle vita. Fu la sensazione che provai parlando con Carlo Castagna. Per questo mi colpirono, almeno tanto quanto colpirono lui, le parole di quanti commentavano negativamente il suo perdono. 

Anche un sacerdote, bravo e sempre attento agli ultimi, don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, i quei giorni in cui sui giornali non si parlava d’altro che della strage di Erba, richiesto di un commento venne male interpretato. Castagna ci rimase male. Ferito, volle parlargli e feci in modo di farli incontrare. E alla fine si chiarirono e i divennero amici, partecipando a molti incontri insieme dedicati al perdono cristiano.