PHOTO
(Foto Ansa)
Mattarella è tornato di fronte all’Altare della Patria. Ribadendo che l'eccezionalità della situazione ha determinato difficoltà mai sperimentate nella storia della Repubblica, «ponendo a tutti i livelli di governo una continua domanda di unità, responsabilità e coesione».
Resteranno impresse nella memoria le immagini del presidente con la mascherina sul volto, come in quei giorni vuoti e terribili delal sua prima visita al Vittoriano, quando è sceso lungo i gradini dell'Atare della Patria, sempre con con la mascherina, in un’atmosfera surreale, interrotta solo da un trombettiere che suonava il silenzio. La mascherina del capo dello Stato è un evidente rito simbolico che rimanda al senso di responsabilità, alla necessità di mantenere le misure di sicurezza in nome della salvaguardia propria e della collettività. Il capo di Stato ha sempre dato l’esempio, incurante del suo ruolo, o meglio, proprio a causa del suo ruolo. Il capo dello Stato ha attraversato l’emergenza coronavirus sempre con discrezione, nel suo stile rassicurante di presenza dietro le quinte, pronto a intervenire per rassicurare il Paese all’occorrenza. Non è una forzatura pensare che la corona portata all'Altare della Patria dal presidente sia stata anche e soprattutto a quei medici e infermieri, volontari, uomini e donne delle ambulanze e delle forze dell'ordine che hanno perso la vita sul fronte del Covid-19 per proteggere i propri concittadini.
Un’altro dato simbolico di Mattarella è quella della sua solitudine. Dall’inizio dell’epidemia attraversa solitario i saloni e gli arazzi del Quirinale, come un eremita delle istituzioni, tenendo a distanza i suoi collaboratori, ricevendo pochissime persone, lontano dai familiari, dai suoi tre figli e dai suoi cinque nipoti. Un altro messaggio, che è un invito alla coerenza, ai sacrifici necessari a superare la Fase 2.
Non altrimenti si può dire delle forze politiche presenti fuori e dentro il Parlamento. Non ci sono solo i forconi arancione del generale Pappalardo. Negli emicicli di Montecitorio e del Senato si sono da tempo sguainate le lame per una lotta all’ultimo sangue, senza disdegnare momenti di gazzarra, come se fossimo già fuori dal tunnel e non nel momento più cruciale e delicato della lotta alla pandemia, quella che esigerebbe unità e senso dello Stato da parte di maggioranza e opposizione. Il disegno dei due Mattei, ad esempio, è stato il più visibile. Entrambi si sono appellati all’inquilino solitario del Quirinale per aprire una crisi politica in piena crisi sanitaria, utilizzando il nome di Mario Draghi come grimaldello. Salvini ha occupato il Parlamento. Renzi, che voleva aprire tutto un mese fa, scuole comprese, continua a sparigliare nel overno di cui fa parte e a tirare Mattarella per la giacchetta, smanioso di una “Fase 3” che gli permetta di giocare il tutto per tutto per riemergere dal suo misero 1 e passa per cento.
Ma il Capo dello Stato ha continuato a tenere la barra dritta, vegliando con discrezione sul governo Conte e i suoi Decreti presidenziali del Consiglio dei ministri e proteggendolo dagli assalti all’arma bianca. Almeno finora (ma è probabile che non cambierà idea nei prossimi giorni). Una crisi di governo al buio, in tempi di coronavirus, è quanto di peggio possa accadere sulla già economicamente disastrata Italia. Mattarella insomma continua a sorvegliare il confine costituzionale tra la libertà personale e le esigenze di salute pubblica, quelle, per intenderci che oscillano tra l’articolo 16 (sull’inviolabilità della libertà personale, ma anche con limitazioni per “motivi di sanità e sicurezza”) e l’articolo 32 (la salute come interesse della collettività). Difficilmente si scosterà da quella linea di confine, appellandosi al senso di responsabilità nelal ripartenza ma anche di comunità, quella comunità viva di reciproco aiuto di cui i nostri medici e infermieri sono il simbolo: «Evitiamo il contagio del virus e accettiamo piuttosto il contagio della solidarietà tra di noi».





