Le dichiarazioni sul passato dovrebbero sempre tener conto del contesto temporale in cui è avvenuto un determinato evento. Il giudizio morale infatti va sempre applicato al contesto storico. Questo naturalmente vale anche per un evento come l’attentato di via Rasella, in cui morirono 33 militari dell’esercito nazista di origine altoatesina appartenenti all’undicesima compagnia del reggimento di polizia militare “Bozen”. Quando il presidente del Senato Ignazio La Russa descrive le vittime come “una banda musicale di pensionati” forza i fatti, dando agli eventi una visione falsa, oltre che grottesca.

Non erano musicisti, ma soldati, anche se appartenenti alla riserva, di età tra i 30 e i 40 anni e dunque non giovanissimi. Ma pur sempre militari, armati fino ai denti, con fucili e granate. Certo, non erano nemmeno SS, come quelle che misero in atto con zelo e disciplina la strage delle Fosse Ardeatine. Erano disprezzati dagli ufficiali tedeschi, in quanto essendo sudtirolesi li consideravano “mezzi italiani” e cioè mezzi traditori. Molti di loro nel 1939, all’inizio della guerra, avevano scelto di servire l’Italia anche se erano rimasti a casa perché esonerati o riformati, prima che Hitler dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 si annettesse Bolzano, Trento e Belluno e li spedisse sotto le armi. Erano tutti unterwachtmeister, soldati semplici e persino i sottufficiali erano tedeschi o austriaci perché il comando non si fidava. Chi scrive nell’estate nel 1996 fece un’inchiesta in Valle Aurina e in Val Pusteria tra i pochi reduci rimasti di quel reparto militare di 170 uomini dell’Ordungspolizei per cercare di capire come erano andate le cose. Si trattava di contadini e boscaioli che non vedevano l’ora di tornare tra le loro montagne e che della guerra non ne volevano sapere, arruolati e portati a Roma loro malgrado. Gli ufficiali tedeschi li facevano esercitare tutti i giorni nel Campo di Marte, poi li facevano rientrare a passo di marcia, in una specie di parata, per le vie del centro della Capitale fino al Viminale, nelle cui soffitte erano acquartierati.

Strano destino quello dei Bozen, né italiani né tedeschi, ma abbastanza tedeschi per essere presi di mira dai partigiani e abbastanza italiani per essere trattati da carne da macello dagli ufficiali tedeschi. I Gap, i nuclei partigiani comunisti guidati da Giorgio Amendola, li scelsero come bersaglio. La carneficina, quel 23 marzo 1944, fu terribile, morirono anche un dipendente dei telefoni e un ragazzino che seguiva il corteo dei soldati. All’attentato seguì il finimondo, con rastrellamenti improvvisati e spari all’impazzata tra i sopravvissuti che uccisero e ferirono i passanti ignari. Il contesto era quello terribile rievocato da “Roma città aperta”, una città che viveva nel terrore dell’occupazione nazista, con i rastrellamenti, le centinaia di fucilazioni, gli americani sbarcati ad Anzio a gennaio ma ancora lontani, una resistenza ostinata ma divisa in varie fazioni e il capo delle SS Kappler che si accaniva sugli ebrei del ghetto e sui prigionieri tra torture ed esecuzioni nel comando di via Tasso. L’attentato diede origine alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Il boia delle SS rispose con una violenza inaudita. Comandò rastrellamenti in tutto il quartiere ai danni di gente che aveva l’unica colpa di passare lì per caso, ordinò la cattura di cittadini ebrei da portare come agnello sacrificale, compilò da bravo carnefice la lista dei 335 condannati.

Gli esecutori, a cominciare da Eric Priebke, si sono sempre difesi spiegando di non aver avuto scelta, poiché l’alternativa sarebbe stata quella di passare dalla parte dei condannati. Una giustificazione storiograficamente discutibile perché al processo testimoniarono alcuni militari e ufficiali che si erano rifiutati di eseguire la rappresaglia, a cominciare dagli stessi sopravvissuti del Bozen oggetto dell’attentato di via Rasella. Uno di questi lo intervistai nel 1996 nella sua casa della Valle Aurina, in Alto Adige. Si chiamava Albert Innerbichler, un taglialegna in pensione. «La mattina dopo l’attentato, mentre ci stavamo vestendo», ricordò Innerbichler, «la guardia ci ordinò d’improvviso di metterci sull’attenti. Entrò un sottufficiale di cui non ricordo il nome, che ci disse ancora una volta che avremmo avuto l’onore di vendicarci dei nostri camerati caduti partecipando alle esecuzioni dei detenuti soggetti alla rappresaglia. Uno di noi parlò per tutti: disse che eravamo cattolici e che mai ci saremmo prestati ad uccidere dei civili innocenti. Il sottufficiale, in un silenzio assoluto, gridò feige Hunde, cani vigliacchi, e se ne andò via furente». Nello stesso anno ebbi la ventura di incontrare anche una delle protagoniste dell’attentato, Carla Capponi, nome di battaglia Elena, presso la Casa della cultura di Milano. Le chiesi se avesse preso in considerazione l’eventualità di costituirsi per evitare la rappresaglia ordinata direttamente da Hitler. «Nessuno ce lo ha chiesto», mi rispose con il fuoco negli occhi, «e se questo fosse avvenuto lo avrei fatto. Lo sento come un problema di coscienza. Non presentarmi avrebbe significato morire tutti i giorni della mia vita». Mi spiegò le ragioni della lotta armata: «Chi fece la scelta di scendere in guerra contro gli oppressori, dopo un lungo dibattito sull’attendismo, la dovette fare fino in fondo. Non fu nemmeno coraggio, perché coraggio significa vincere una grande paura e non fu così. Fu semplicemente scoprire la verità camuffata dal fascismo e agire di conseguenza».