Una corsia preferenziale per approvare prima possibile il disegno di legge “Liberi di scegliere”. Una misura per proteggere e assistere i figli di famiglie mafiose e i genitori, quasi sempre madri, che vogliono allontanarsi dal contesto criminale. Lo chiede don Luigi Ciotti, presidente di Libera, «perché ci sono tante donne che si sono messe in gioco e che continuano a rischiare. Che sono nascoste, che non hanno gli strumenti fondamentali e necessari per andare avanti. Una corsia preferenziale – lo si fa in tante situazioni- perché qui c’è in gioco la vita delle persone».

Cultura e spettacoli

Liberi di scegliere (di dire no alle mafie)

Liberi di scegliere (di dire no alle mafie)
Liberi di scegliere (di dire no alle mafie)

C’è emozione nella sala della Regina, a Montecitorio, dove si ascoltano le testimonianze di chi ha deciso di sottrarsi al contesto mafioso scappando con i figli. Vite in pericolo che vorrebbero potersi ricostruire con un altro nome, con altre garanzie. Quelle che la legge bipartisan - prima firmataria alla Camera Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni delle mafie, e prima firmataria al Senato Vincenza Rando (Pd), presidente del Comitato, all’interno della Commissione antimafia, “Cultura della legalità e protezione dei minori” – mira ad assicurare.

«Un momento che aspetto da 13 anni, dal 2012 quando è nato questo orientamento giurisprudenziale», dice il magistrato Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Catania e, per 25 anni di quello di Reggio Calabria, dove il progetto è nato. Nella sua esperienza aveva visto che «la mafia si eredita» e che quindi era necessario pensare per i minori dei percorsi di prevenzione per non doverseli ritrovare, generazione dopo generazione come imputati e condannati nei processi per mafia. Di fronte a ragazzi coinvolti precocemente nel narcotraffico, indotti a imbracciare armi già a otto, nove anni, usati, a due o tre come scudi per i propri reati il magistrato ha pensato di utilizzare lo strumento dell’allontanamento così come lo si fa nelle famiglie maltrattanti. Provvedimenti poi richiesti, sempre di più anche dalle madri. Grazie a un protocollo in cui, oltre ai diversi ministeri, sono state coinvolte anche la Conferenza episcopale e l’associazione Libera, si è creata una rete per aiutare queste persone ad allontanarsi dal territorio e a nascondersi da chi giudica un’onta staccarsi dalla famiglia mafiosa.

Società e valori

La Cei sostiene chi vuole liberarsi dalle mafie

La Cei sostiene chi vuole liberarsi dalle mafie
La Cei sostiene chi vuole liberarsi dalle mafie

Attualmente 200 minori e 34 donne, «sette delle quali sono diventate collaboratrici della giustizia» hanno aderito al protocollo. «E tre boss di rilievo hanno cominciato a collaborare dopo che hanno visto gli interventi sui figli e sui nipoti», aggiunge il giudice. Ma, al Protocollo, occorreva aggiungere qualcosa di più strutturato. In particolare per la possibilità di cambiare generalità e residenza senza poter essere rintracciati. In assenza di questa possibilità, infatti, difficile cercare lavoro, avere assistenza sanitaria e persino iscrivere i figli a scuola senza il pericolo concreto di essere rintracciati dalle famiglie mafiose d’origine.

«Una proposta di legge coraggiosa», la definisce il procuratore generale della Corte di Cassazione Piero Gaeta, che muove da «pregiudizio concreto all’integrità psicofisica del minore» e considera, quando questo pregiudizio è effettivo, la famiglia mafiosa una famiglia maltrattante».

Una «terza via nella lotta alla mafia», secondo Chiara Colosimo. «Un nuovo approccio che si affianca alle vie tradizionali: collaboratori di giustizia e testimoni di giustizia».

Una proposta «pensata soprattutto per le donne che, dall’interno delle famiglie mafiose, scelgono di ribellarsi alla violenza e alla cultura criminale per proteggere se stesse e i figli e mira a colpire la mafia agendo dall’interno dei nuclei familiari».

Un’alternativa, spiega anche la Rando che, come vicepresidente di Libera si era occupata di molte di queste donne in fuga. «Una strada per le donne vittime di violenza e per i bambini costretti a crescere in contesti criminali, che consente loro di scegliere un percorso di libertà e normalità e che colpisce dal di dentro la criminalità organizzata».

Uno strumento efficace, perché, spiega il procuratore Gaeta, «l’allontanamento del minore dalla famiglia mafiosa è, per quest’ultima, un fallimento autentico. È molto più di un carcere lungo, è molto più di una confisca ingente: è il fallimento culturale della rete militare che ne assicura la forza, è il fallimento culturale, per la famiglia mafiosa, dell’idea di onnipotenza che ne coltiva la discendenza, è il fallimento dell’attrattiva del modello di famiglia mafiosa rispetto al modello di famiglia tradizionale. È, insomma, la sconfitta da un punto di vista culturale dell’invincibilità della famiglia mafiosa in quanto tale. È lo Stato che vince, in sostanza, riuscendo ad allontanare».