Da 35 anni Marianna F. (il nome è di fantasia) «vedo me stessa come un’estranea». Come Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo che domenica 6 settembre si è tolta la vita lanciandosi da un balcone. Come lei, è una testimone di giustizia e ha una storia molto simile alla sua: ha denunciato dei familiari, nel suo caso dei cugini, che avevano ucciso i suoi due fratelli all’interno di una faida di ‘ndrangheta. Chi scrive aveva raccontato sei anni fa con lei la sua storia in un libro, Testimone di ingiustizia (San Paolo).

La copertina del libro in cui Marianna racconta la sua storia
La copertina del libro in cui Marianna racconta la sua storia

La copertina del libro in cui Marianna racconta la sua storia

L’abbiamo raggiunta al telefono, dalla località segreta in cui vive con la sorella, anche lei collaboratrice di giustizia. La sua voce è rotta dall’emozione per la notizia della morte di Denise.

La conoscevi?

«Lei no, però conoscevo Marisa, la zia (che per prima oggi ha mostrato la foto della nipote, ndr.) che va a parlare di legalità nelle scuole. La loro storia è molto simile alla nostra. Le nostre famiglie provengono entrambe dal crotonese e in entrambi i casi sono state le donne a rompere l’omertà, pagando un prezzo altissimo».

Denise aveva un lavoro, era riuscita a costruirsi una famiglia con un bambino di quasi quattro anni. Eppure non ce l’ha fatta…

«La ferita è troppo grande. Non sai più chi sei, non hai più un nome, non hai più gli amici con cui sei cresciuta e in più vivi con la costante paura di essere raggiunta dalla vendetta di chi hai denunciato. Ha provato a ricominciare, ma si vede che il peso del dolore era troppo grande».

Anche tu hai pensato a volte di farla finita?

«Certo che ci ho pensato. Ma poi mi sono detta che così avrebbero vinto loro, quei criminali che con la nostra scelta di denunciare ora sono in galera»

E tu sei riuscita a rifarti una vita?

«No, ho fatto dei lavori saltuari ma al momento sono disoccupata. Vivo con mia sorella che fa la badante. Siamo entrambe laureate, ma la situazione da tanti anni è questa. Confidiamo che lo Stato ci riconosca almeno i contributi per gli anni in cui siamo stati sotto protezione e non abbiamo potuto lavorare».

Sei mai più ritornata in Calabria?

«Sì, per perfezionare la vendita della nostra casa che dovrebbe essere acquisita dallo Stato. Per noi sarebbe un’importante boccata d’ossigeno. Ovviamente, io e mia sorella eravamo sotto scorta. Ci hanno riconosciute, ma nessuno ci ha rivolto la parola».

E com’è la situazione nel vostro paese?

«Più volte è stato sciolto per mafia. E il boss che abbiamo fatto condannare all’ergastolo ha continuato a dare ordini dal carcere».

Qual è il tuo più grande sogno?

«Fare qualche giorno di vacanza con mia sorella senza paura. Respirare, finalmente, un po’ di libertà»