Se non si scende verso Ground Zero, a New York la vita sembra quasi normale. Se non fosse per i funerali. Sì, la New York che mi accoglie dopo il 20 settembre è una città di funerali. Un venerdì di fine settembre ne vengono celebrati 20, il giorno dopo 26. Sono funerali particolari, senza morti e senza bare. I corpi e i resti recuperati e identificati dal Word Trade Center sono solo poche centinaia.

New York, 11 settembre 2001. La seconda Torre del World Trade Center crolla in una nube di polvere e detriti dopo essere stata colpita da un aereo dirottato.
New York, 11 settembre 2001. La seconda Torre del World Trade Center crolla in una nube di polvere e detriti dopo essere stata colpita da un aereo dirottato.
New York, 11 settembre 2001. La seconda Torre del World Trade Center crolla in una nube di polvere e detriti dopo essere stata colpita da un aereo dirottato. (REUTERS)

Il 1º ottobre vado a Central Park per l’omaggio collettivo ai morti della Cantor Fitzgerald, una società di servizi finanziari che occupava tre piani della Torre Nord del World Trade Center. In una giornata senza sole si piange un’ecatombe.

Le vittime della Cantor Fitzgerald sono 658. Una perdita che toglie il fiato ed è un tuffo al cuore sapere che questa strage lascia 1.500 orfani. Noi giornalisti siamo tenuti a distanza in questo pomeriggio freddo e senza sole. Da lontano arrivano i canti del coro dei ragazzi di Harlem, le parole del sindaco Rudy Giuliani e le voci di cinque vedove e un vedovo che si alternano al microfono. Ogni parente ha trovato sulla sua sedia un’animaletto di peluche. Alla fine della cerimonia sembra surreale vedere allontanarsi dal Central Park tutti quelli adulti che stringono in mano un orsacchiotto.

New York, 18 settembre 2001. Un operaio sospeso a una gru lavora tra le macerie di Ground Zero, una settimana dopo gli attentati alle Torri Gemelle.
New York, 18 settembre 2001. Un operaio sospeso a una gru lavora tra le macerie di Ground Zero, una settimana dopo gli attentati alle Torri Gemelle.
New York, 18 settembre 2001. Un operaio sospeso a una gru lavora tra le macerie di Ground Zero, una settimana dopo gli attentati alle Torri Gemelle. (EPA)

I funerali sono affollatissimi. La cerimonia di Frank McGuinn, un dirigente della Cantor Fitzgerald, richiama nella Chiesa della resurrezione a Larchmont, nello stato di NY, 1.300 persone. Per dare la comunione ci vogliono 9 preti. Nella chiesa dedicata a Ignazio di Loyola, a Park Avenue, accorrono in 1.700 per ricordare Joseph e Daniel Shea, due fratelli che lavoravano alla Carton Fitzgerald. Per raccogliere tutte le firme e i pensieri dei presenti servono 6 libri di condoglianze.

I morti della Cantor Fitzgerald sono soprattutto impiegati e dirigenti, colletti bianchi, persone che passavano le ore davanti allo schermo di un computer o al telefono. Ma l’incendio e il crollo delle torri gemelle uccidono decine di operai, imbianchini, manovali, carpentieri, elettricisti impegnati quella mattina in qualche cantiere o in interventi di riparazione. Un pomeriggio mi imbatto nel loro funerale, anche questo senza bare, nella Cattedrale di San Patrizio, sulla Quinta Strada. La Fifth Avenue è bloccata, non si passa, troppa gente dentro e fuori la chiesa.

Mi avvicino e guardo chi c’è. I capi del sindacato indossano giacca e cravatta, invece i colleghi delle vittime sono venuti con le tute da lavoro, gli scarponcini impolverati, le grosse bretelle in vista. A un certo punto uno di questi operai si avvicina a un microfono e legge i nomi di 59 vittime. Mi appunto qualche nome: Mauricio Gonzales, Joseph Piskadlo, Joe Romagnolo, Sal Fiumefreddo, Norbert Szurkowski… Erano figli e nipoti di italiani, messicani, greci, polacchi. Per loro, alla fine del rito, tutti hanno cantato l’inno che in questi giorni tiene insieme i cuori degli americani: God bless America.

I volti e le storie delle vittime degli attacchi alle Torri Gemelle li trovo ogni giorno nelle pagine del New York Times. Quando la città è stata colpita, il suo principale quotidiano si stava preparando a una grande festa per celebrare, il 18 settembre, i 150 anni della fondazione del giornale. Ea tutto pronto: i supplementi celebrativi, i dibattiti, i cocktail, i ricevimenti, le iniziative culturali che avrebbero dovuti coinvolgere musei e teatri. Ma la festa è cancellata. Howell Raines, che l’11 settembre era direttore responsabile del New York Times da appena sei giorni, ha mobilitato la grande newsroom al terzo piano del palazzo sulla 43ª strada mettendo in campo un centinaio di giornalisti impegnati a tempo pieno sulle notizie legate agli attentati, al terrorismo e alla guerra. Ogni giorno è allegato al giornale un fascicolo di 16 pagine intitolato “A Nation Challenged” (“Una nazione sfidata”).

Un’intera pagina viene dedicata alle vittime del World Trade Center. Si intitola Portraits of Grief (“Ritratti del dolore”). Accanto alle storie e alle foto ci sono i titoli che riassumono una vita: “Famiglia, fede e lavoro”, “Grandi sogni, piccoli piaceri”, “Un sogno per i suoi bambini”, “Fratelli inseparabili”, “Le cose stavano andando così bene”.

Molte di queste storie di vite spezzate riguardano i pompieri. Gli eroi dell’11 settembre. Sono 343 i pompieri morti al World Trade Center, travolti dal crollo delle torri. Fra le vittime anche il loro cappellano, il frate francescano Mychal Judge, figlio di immigrati irlandesi.

New York, 18 settembre 2001. Una squadra di ricerca e soccorso di Sacramento si prepara davanti al World Trade Center, una settimana dopo gli attentati.
New York, 18 settembre 2001. Una squadra di ricerca e soccorso di Sacramento si prepara davanti al World Trade Center, una settimana dopo gli attentati.
New York, 18 settembre 2001. Una squadra di ricerca e soccorso di Sacramento si prepara davanti al World Trade Center, una settimana dopo gli attentati. (EPA)

Le caserme dei vigili del fuoco diventano un luogo di pellegrinaggio. All’ingresso ci sono le foto e i nomi dei pompieri di quelle stazioni morti al World trade Center. Ai piedi delle foto sono deposti orsacchiotti, pupazzetti, lumini, mazzi dei fiori, bigliettini sui quali spiccano grandi cuori rossi, bandierine americane. Mi spingo fino a Brooklyn, nella zona di Park Slope, per visitare la caserma della Squad 1. “Squad Company 1 – The one and only squad” è il motto dei pompieri di questa caserma che ha le sembianze di una torretta in mattoni. La squadra era formata da 27 uomini, 12 di loro sono morti nel crollo dellaTorre sud del world trade center. Lasciano 11 vedove e 22 orfani.

I funerali dei pompieri sono fra i più strazianti. Molti pompieri erano di origine irlandese, cattolici, con molti figli. Perciò i riti funebri sono pieni di bambini, alcuni molto piccoli. Si stringono alle madri e agli altri parenti, vestiti come adulti, con una cravatta scura. Di solito il più grandicello tiene in mano l’elmetto del padre. È difficile riuscire a guardare questi bambini trattenendo la lacrime.

Sono dedicate ai pompieri anche le prime iniziative che segnano la ripresa della vita culturale in città. Ma la prima serata in cui New York sembra riacquistare, per quanto possibile, una piena normalità, è quella del 3 ottobre, quando la città si rimette lo smoking per la serata inaugurale della programmata tournée di Claudio Abbado alla guida dei Berliner Philarmoniker. In programma musiche di Mahler e la terza Sinfonia di Beethoven, l’Eroica.

Non può comunque essere una serata come le altre. Nel messaggio di Abbado dell’orchestra al pubblico si legge: «John F. Kennedy una volta disse in un momento critico della storia di Berlino, “Ich bin ein Berliner”. In questo terribile momento, siamo noi che diciamo con voi: “Siamo tutti newyorkesi”».

Quando i musicisti dell’orchestra son già seduti al loro posto entra in palcoscenico un uomo i divisa. È l’agente di polizia Daniel Rodriguez, di origini portoricane. Viene da una stazione di polizia della zona sud di Manhattan. Il pubblico lo accoglie con un’ovazione e lui intona senza accompagnamento, solo con la forza della sua voce, God bless America. Canta da solista le prime strofe, poi si uniscono le voci dei 2.800 spettatori presenti in sala. Ed è come se tutta New York si mettesse a cantare. Per sentirsi più forte e ripartire.