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L'immagine della cattura di Nicolas Maduro pubblicata da Donald Trump
Dopo i raid su Caracas della notte scorsa, sabato mattina il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ha confermato l’attacco sul Venezuela e ha detto che le forze speciali americane hanno «catturato e portato fuori dal paese» Maduro e sua moglie Cilia Adela Flores de Maduro. Cattura vera e propria? Cattura “negoziata”? Ancora non si sa.
Le vicende di queste ore, ancora confuse e frammentarie, riaccendono i riflettori su una figura che da oltre un decennio governa il Venezuela attraverso repressione, isolamento internazionale e un progressivo soffocamento di ogni voce critica, inclusa quella della Chiesa cattolica.
Quando Maduro sale alla guida del Paese nel 2013, indicato come successore da Hugo Chávez poco prima della morte, eredita non solo la presidenza ma un intero impianto simbolico e ideologico: il chavismo. A oltre dieci anni di distanza, il suo nome è indissolubilmente legato a una delle crisi politiche, economiche e umanitarie più gravi dell’America Latina contemporanea e a uno scontro sempre più aperto con la Chiesa, una delle poche istituzioni rimaste capaci di denunciare le ingiustizie e difendere i più poveri.
Dalle periferie al potere
Nato a Caracas il 23 novembre 1962, in una famiglia di origini modeste, Maduro cresce nei quartieri popolari della capitale. Non segue un percorso universitario tradizionale: lavora come autista del trasporto pubblico e si forma politicamente nelle lotte sindacali degli anni Ottanta. È in questo contesto che matura una visione ideologica di sinistra, fortemente segnata dalla retorica operaista e anti‑imperialista.
L’incontro con Hugo Chávez negli anni Novanta segna la svolta decisiva. Maduro aderisce al progetto bolivariano e diventa uno dei collaboratori più fedeli del futuro presidente. La sua carriera politica procede rapidamente: deputato, presidente dell’Assemblea Nazionale, poi ministro degli Esteri dal 2006 al 2013. La fedeltà personale a Chávez, più che un carisma proprio, è il principale capitale politico che lo conduce alla presidenza.


Sostenitori del presidente Nicolas Maduro e del suo predecessore Hugo Chavez in piazza a Caracas dopo i raid degli Stati Uniti
(REUTERS)Il dopo Chávez: autoritarismo e isolamento
Eletto nel 2013 con un margine risicato e tra forti contestazioni, Maduro si trova a governare un Paese già fragile ma ancora sostenuto dagli alti prezzi del petrolio. Nel giro di pochi anni, però, il Venezuela precipita in una crisi economica senza precedenti: iperinflazione, crollo dei servizi essenziali, povertà diffusa e un esodo di milioni di cittadini.
Sul piano politico, il potere si concentra progressivamente nelle mani dell’esecutivo. Le elezioni del 2018, giudicate prive di garanzie democratiche da gran parte della comunità internazionale, segnano una rottura definitiva con Stati Uniti e Unione Europea. Maduro consolida il controllo sulle istituzioni, reprime l’opposizione e limita drasticamente la libertà di stampa e di espressione.
Lo scontro con la Chiesa cattolica
Nel Venezuela di Maduro, la Chiesa cattolica diventa progressivamente una delle principali voci di opposizione morale e sociale al regime. In assenza di istituzioni democratiche credibili e di una stampa libera, sono spesso vescovi, parroci e organismi ecclesiali a raccontare la realtà della fame, della migrazione forzata, del collasso del sistema sanitario e della repressione politica.
La Conferenza episcopale venezuelana ha più volte denunciato il fallimento del progetto chavista e la responsabilità diretta del governo nella crisi del Paese, parlando di un sistema «che opprime il popolo e nega la dignità umana». Dichiarazioni che hanno provocato reazioni violente da parte del potere. Maduro ha accusato pubblicamente i vescovi di essere "nemici della patria" e strumenti dell’opposizione politica e degli Stati Uniti.
Negli anni si è consolidata una vera e propria persecuzione strisciante: sacerdoti minacciati o aggrediti durante le omelie, celebrazioni interrotte dalle forze di sicurezza, campagne di diffamazione contro vescovi e laici impegnati nel sociale, ostacoli burocratici e controlli contro le opere caritative della Chiesa, soprattutto quelle che distribuiscono cibo e medicinali nelle aree più povere. Particolarmente bersagliati sono stati quei pastori che hanno assunto un tono profetico, richiamando il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa contro l’ingiustizia strutturale del regime. In più occasioni, esponenti del governo hanno invitato apertamente i fedeli a diffidare dei loro vescovi, tentando di spezzare il legame di fiducia tra il popolo e la Chiesa.
Anche i tentativi di mediazione sono stati strumentalizzati. La Santa Sede, più volte coinvolta per favorire il dialogo nazionale, si è scontrata con la mancanza di volontà reale del governo di aprire spazi democratici. Papa Francesco prima e papa Leone poi hanno espresso ripetutamente dolore e preoccupazione per il Venezuela, denunciando la sofferenza del popolo e invitando al rispetto dei diritti umani fondamentali, ma le loro parole sono rimaste in larga parte inascoltate.
Geopolitica e repressione
Sul piano internazionale, Maduro rafforza le alleanze con Russia, Cina, Iran e Cuba, collocando il Venezuela in un asse apertamente contrapposto all’Occidente. Gli Stati Uniti lo accusano di narcotraffico, corruzione e di aver trasformato lo Stato in un apparato repressivo. Le sanzioni economiche aggravano una situazione già drammatica, colpendo soprattutto la popolazione civile.
Un potere senza consenso
Soprattutto negli ultimi anni, Nicolas Maduro ha governato un Paese stremato, mantenendo il potere più attraverso l’apparato repressivo e il controllo delle risorse che grazie a un reale consenso popolare anche se l’agenzia Associated Press ha pubblicato un paio di fotografie da Caracas in cui si vedono alcune persone (per ora piuttosto poche) che reggono cartelloni con foto di Maduro.
Nei mesi prima di essere catturato dagli Stati Uniti, il presidente venezuelano aveva adottato una retorica pacifista per lui inusuale e un po’ maldestra. Da un lato serviva a presentare il Venezuela come la vittima dell’accerchiamento degli Stati Uniti, dall’altro a provare a evitarlo. Maduro aveva iniziato a rivolgersi in inglese all’opinione pubblica statunitense, coniando anche una specie di slogan: "No war, Yes peace” (“No alla guerra, sì alla pace”). Se l’era scritto su cappellini rossi, come quelli di Trump, e ne aveva ricavato anche una canzone. Negli ultimi giorni Maduro si era anche detto disposto a trattare con gli Stati Uniti per contrastare il traffico di stupefacenti, il pretesto per la campagna di pressione statunitense e gli attacchi contro le imbarcazioni di presunti narcotrafficanti.
Il ritratto di Maduro è quello di un leader che, nato dal mito del popolo, ha finito per governare contro il suo stesso popolo, entrando in rotta di collisione anche con la Chiesa, colpevole – ai suoi occhi – di ricordare che il potere non può mai essere separato dalla verità e dalla giustizia.






