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Sul futuro della terra dei ghiacci chiamata Groenlandia, fra gli Stati Uniti e la Danimarca, è proprio il caso di dirlo, resta il gelo. Anche dopo l’incontro di mercoledì 14 gennaio alla Casa Bianca fra il ministro degli esteri danese Lars Lokke Rasmussen, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Rimane un “disaccordo fondamentale”, ha dichiarato Rasmussen, mentre il profilo ufficiale della Casa Bianca su X postava la vignetta di una slitta trainata da cani al bivio fra la Casa Bianca (raffigurata con lo sfondo di un cielo sereno) e il Cremlino, minaccioso e tenebroso sotto un cielo cupo e tempestoso.
Difficile capire come andrà a finire, ma Donald Trump resta soprattutto un uomo d’affari, con l’animo del palazzinaro (“Ero davvero bravo nel settore immobiliare, forse ero più bravo nel settore immobiliare che in politica”, ha confidato nella recente intervista al New York Times), quindi l’ipotesi dell’acquisto appare plausibile.
Comprare la Groenlandia è sempre meglio che invaderla. Può certamente sembrare un segno di arroganza e un comportamento neocoloniale, ma l’acquisto di un territorio non rappresenterebbe una novità nella storia degli Stati Uniti.
Comprare terre senza mandare “boots on the ground” (militari sul campo) ha consentito agli Stati Uniti, nella sua storia, di acquisire bel il 40 per cento del proprio territorio. Questa espansione è iniziata nel 1803 con l’acquisito della Louisiana dalla Francia e si è concluso con quello dell’Alaska dalla Russia, nel 1867. Ma c’è un appendice nel 1917 che riguarda proprio la Danimarca.


Il presidente Donald Trump alla Casa Bianca
(EPA)La Louisiana fu acquistata per 15 milioni di dollari. Meno caro fu l’acquisto della Florida, comprata dalla Spagna nel 1819 per 5 milioni di dollari. L’Alaska fu acquistata dalla Russia nel 1867, con un trattato firmato alle 4 del mattino del 30 marzo, per 7,2 milioni di dollari, ossigeno per l’impero russo indebitato. Per gli Stati Uniti, invece, fu l’occasione di espandersi nell’area del Pacifico.
Nel Novecento ci fu anche l’acquisto di territori sotto la sovranità danese, come è oggi in parte per la Groenlandia. Gli Stati Uniti, che da decenni cercavano di espandersi nella regione dei Caraibi, misero gli occhi sulle isole delle Indie Occidentali Danesi. Le mire si fecero insistenti durante gli anni della prima guerra mondiale. Il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e il segretario di Stato Robert Lansing temevano che il governo tedesco potesse annettere la Danimarca, nel qual caso i tedeschi avrebbero potuto anche assicurarsi le Indie occidentali danesi come base navale o sottomarina da cui lanciare attacchi contro le navi mercantili nei Caraibi e nell'Atlantico. Nella ricostruzione della trattativa sul sito del Dipartimento di Stato Usa si legge che il segretario di Stato Lansing era stato molto chiaro: “sottintese che se la Danimarca non fosse stata disposta a vendere, gli Stati Uniti avrebbero potuto occupare le isole per impedire che fossero conquistate dalla Germania”. Il trasferimento formale delle isole avvenne il 31 marzo 1917, insieme al pagamento da parte degli Stati Uniti alla Danimarca di 25 milioni di dollari in monete d’oro. Le isole poi non furono incorporate negli Stati Uniti d’America. Le Isole Vergini politicamente sono autonome ma legate agli USA per difesa, affari esteri e cittadinanza; gli abitanti sono cittadini USA e possono entrare negli Stati Uniti senza restrizioni, ma non votano alle presidenziali.




