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IL presidente iraniano Masoud Pezeshkian mostra la firma del memorandum dell'accordo.
La storia delle guerre è disseminata di paradossi. Conflitti iniziati per abbattere un nemico e conclusi con il suo rafforzamento. È una lezione che gli Stati Uniti conoscono bene, dall'Iraq all'Afghanistan. Oggi potrebbe aggiungersi un nuovo capitolo: l'Iran.
La guerra era cominciata con un obiettivo preciso. Piegare la Repubblica islamica, indebolire il regime degli ayatollah, costringerlo a una resa politica. È finita con un accordo che, almeno sulla carta, sembra riconoscere molte delle richieste che Teheran avanzava da anni.
Domenica scorsa Donald Trump ha annunciato che l'intesa con l'Iran è ormai completata. La firma digitale è già stata apposta nel corso del G7 a Versailles e nella località svizzera di Burgenstock si terranno i primi colloqui ufficiali tra Washington e Teheran. La conferma è arrivata dal ministero degli Esteri svizzero e la successiva cerimonia dovrebbe sancire formalmente il memorandum destinato a chiudere uno dei conflitti più pericolosi che il Medio Oriente abbia conosciuto negli ultimi decenni.
Per capire la portata di questo accordo bisogna tornare al 28 febbraio. Quel giorno Stati Uniti e Israele lanciarono una vasta offensiva contro l'Iran. L'operazione nasceva dalla convinzione del premier israeliano Benjamin Netanyahu che un colpo militare devastante potesse spezzare la catena di comando della Repubblica islamica e forse aprire una crisi irreversibile del regime. ma il popolo, già duramente provato nelle manifestazioni delle scorse settimane che avevano fatto decine di migliaia di morti, non ha reagito. Si è limitato a stare alla finestra. Israele aveva cinicamente e subdolamente invitato a manifestare per le strade dopo la decapitazione dei vertici, incurante del fatto che il regime avrebbe reagito con una carneficina.
L'attacco ha provocato la morte di decine di dirigenti politici e militari iraniani. Ma la reazione di Teheran è stata immediata e aveva dimostrato che il sistema di potere costruito dagli ayatollah era molto più resiliente del previsto. Missili contro Israele, attacchi alle basi americane nel Golfo, mobilitazione di Hezbollah in Libano e soprattutto la decisione che fece tremare i mercati mondiali: la chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato di una quota decisiva del petrolio mondiale. L’Iran, 80 milioni di abitanti, non è il Venezuela.
La crisi raggiunse un nuovo livello il 9 giugno. Dopo l'abbattimento di un elicottero statunitense nello Stretto di Hormuz, attribuito all'Iran, Trump ordinò ulteriori bombardamenti sul territorio iraniano. Secondo un'analisi del New York Times, tra gli obiettivi colpiti vi sarebbe stato anche un impianto per l'approvvigionamento di acqua potabile. Teheran aveva risposto attaccando basi americane in Giordania, Kuwait e Bahreinconfermando il blocco del traffico marittimo.
Oggi, però, il quadro appare radicalmente diverso.
Il primo elemento che colpisce leggendo il memorandum è l'estensione del cessate il fuoco al Libano. Non si tratta soltanto della fine delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. Il documento prevede uno stop «immediato e permanente» delle operazioni militari «su tutti i fronti, incluso il Libano».
Può sembrare un dettaglio diplomatico. Non lo è. Per Teheran rappresenta una vittoria politica significativa. Hezbollah viene di fatto inserito nel sistema di garanzie dell'accordo. Qualunque futura offensiva israeliana nel sud del Libano o nei quartieri sciiti di Beirut rischierebbe di essere interpretata come una violazione dell'intesa. L'Iran ottiene così che il dossier libanese entri ufficialmente nel perimetro della pace.
Il secondo capitolo riguarda il nucleare. Le parti si impegnano a raggiungere un accordo definitivo entro sessanta giorni. Trump punta chiaramente a trasformare questa scadenza in un successo politico personale. Barack Obama impiegò quasi due anni per arrivare all'accordo nucleare del 2015; Trump vuole dimostrare di poter chiudere la partita in appena due mesi.
Molti osservatori, tuttavia, invitano alla prudenza. Arricchimento dell'uranio, regimi ispettivi, verifiche internazionali e calendario delle sanzioni sono questioni che normalmente richiedono negoziati lunghi e complessi. Sessanta giorni sembrano più una scadenza pensata per la comunicazione politica che per la diplomazia.
Un altro capitolo fondamentale riguarda lo Stretto di Hormuz. L'Iran si impegna a riaprire immediatamente il passaggio e a garantire per sessanta giorni la libera navigazione senza pedaggi. Entro un mese dovrebbero essere completate le operazioni di sminamento, affidate anche ai cacciamine italiani.
A prima vista sembra una concessione iraniana. Ma il testo contiene una clausola destinata ad avere conseguenze durature. Teheran avvierà consultazioni con Oman e Paesi del Golfo per discutere la futura gestione dei servizi marittimi nello Stretto. In altre parole, l’Iran ottiene il riconoscimento implicito di un ruolo centrale nella governance di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta. Hormuz viene riaperto, ma la sua gestione futura diventa materia di negoziato con Teheran seduta al tavolo principale.
Ancora più significativo è il capitolo economico.
Gli Stati Uniti si impegnano a promuovere un programma di ricostruzione dell'Iran da almeno 300 miliardi di dollari, in coordinamento con i partner regionali. Oltre alle risorse finanziarie, Washington promette licenze, autorizzazioni e deroghe necessarie per facilitare il flusso degli investimenti.
Per il regime degli ayatollah questo capitolo potrà essere presentato come il riconoscimento implicito di un risarcimento per i danni subiti durante il conflitto. Per gli Stati Uniti rappresenta il prezzo da pagare per stabilizzare il Paese e riportarlo al tavolo negoziale.
La vera svolta, però, è contenuta nelle clausole dedicate alle sanzioni.
Da oltre quindici anni l’economia iraniana vive sotto il peso di restrizioni che hanno eroso il valore della moneta, alimentato l'inflazione e limitato l'accesso alla tecnologia e ai mercati finanziari internazionali. Il memorandum prevede che gli Stati Uniti lavorino alla revoca di tutte le sanzioni: quelle delle Nazioni Unite, quelle dell'Agenzia internazionale per l’energia atomica e quelle imposte unilateralmente da Washington.
È precisamente ciò che Teheran ha sempre considerato la condizione essenziale per una normalizzazione dei rapporti con l'Occidente.
Anche il petrolio torna al centro della scena. Fin dalla firma dell’accordo, il Tesoro americano dovrebbe concedere esenzioni che permettano all'Iran di esportare greggio, prodotti raffinati e derivati, riattivando contemporaneamente servizi bancari, assicurativi e logistici.
Per un Paese che possiede circa l'11 per cento delle riserve petrolifere mondiali accertate, significa recuperare rapidamente liquidità e tornare a essere un protagonista del mercato energetico internazionale.
Infine c'è il capitolo dei fondi congelati all'estero. Washington si impegna a rendere nuovamente disponibili beni e risorse finanziarie iraniane bloccate negli anni dalle sanzioni. Sarà la Banca Centrale iraniana a decidere la destinazione finale di queste risorse, mentre gli Stati Uniti garantiranno tutte le autorizzazioni necessarie.
È qui che emerge il significato più profondo dell'intesa.
La guerra era stata concepita per indebolire la Repubblica islamica. Il risultato, almeno sulla carta, sembra diverso. L'Iran esce dal conflitto con la prospettiva di recuperare fondi congelati, esportare liberamente petrolio, ottenere la progressiva revoca delle sanzioni e beneficiare di un gigantesco piano di ricostruzione.
Non sorprende quindi il giudizio di Denny Citrinowicz, tra i più autorevoli esperti israeliani di Iran: «Trump non ha alternative».
Dopo mesi di escalation, la Casa Bianca sembra aver preso atto che la caduta del regime non era all'orizzonte. E per chiudere una guerra diventata troppo costosa, troppo rischiosa e potenzialmente destabilizzante per l'economia mondiale, Washington ha accettato di negoziare sulla base di condizioni sorprendentemente vicine alle migliori aspettative di Teheran.
Se l'accordo reggerà lo diranno i prossimi sessanta giorni. Ma già oggi una conclusione appare difficile da contestare: la pace che emerge da questo memorandum assomiglia molto meno a una resa dell’Iran di quanto immaginassero coloro che avevano deciso di bombardarlo.
Resta però la domanda più importante, quella che nessun memorandum può risolvere. Che cosa accadrà dentro l'Iran? Le conseguenze non saranno soltanto economiche. Saranno sociali, culturali e politiche. La storia insegna che la crescita economica non produce automaticamente la democrazia. La Cina è diventata la seconda potenza mondiale senza abbandonare il monopolio del Partito comunista. Le monarchie del Golfo hanno accumulato immense ricchezze senza trasformarsi in democrazie liberali.
L’Iran che uscirà da questa crisi potrebbe imboccare strade diverse. Una maggiore prosperità potrebbe alimentare una società civile più forte e più esigente. Oppure potrebbe fornire nuove risorse a un apparato di potere sanguinario che ha dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza.
È il grande interrogativo lasciato aperto da questa guerra. Gli ayatollah hanno vinto la pace. Resta da capire se vincerà anche il popolo iraniano.




