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«Lo chiamano tutti il “maestrone” e maestro lo è stato davvero. Di quelli veri, rustici, che ti accarezzano le ali per farti volare, non per attirare a sé».
Con don Luigi Verdi Francesco Guccini aveva stretto un rapporto familiare. «Ci siamo conosciuti a un convegno di Romena, una decina di anni fa, e ci siamo intesi al volo», ricorda il fondatore della fraternità vicino Arezzo. Poi la prefazione al un libro di preghiere da fare prima del pranzo e «quell’amore per i crostini delle monache che gli portavo sempre a casa, spesso anche con il cardinale Zuppi. Era contento della semplicità, della naturalezza delle cose».


Di cosa parlavate?
«Un po’ di tutto. A lui interessava la Chiesa, gli piaceva papa Francesco, parlava di politica, di come gira il mondo. Raccontava del prossimo libro che avrebbe scritto e poco di canzoni. Lui cercava casa, umanità, ti faceva vedere gli oggetti, ti raccontava della vita della gente».
Cosa ti colpiva?
«Il fatto che fosse un po’ come un albero. Diceva anche: “Quando morirò non mettete una pietra, ma un albero”. E gli alberi sono così, un po’ come lui, che col passare del tempo diventano più umili, con i profumi e i sapori più dolci. E poi mi piaceva la sobrietà, che, alla fine, è un modo di essere al mondo, il saper distinguere l’essenziale dal superfluo. Era molto sobrio in tutto: nei gesti, nei pensieri, nelle poche parole che diceva, e che, però, toccavano il cuore. La sobrietà gli faceva gustare i sapori, gli odori, i colori intorno a sé, le forme».


Diceva di non credere.
«Secondo me la sua era una fede poco religiosa, ma molto contadina. Mi ricordava un contadino vicino a me che mi diceva: “Gigi, falla finita col tuo Dio, dopo questa vita non c’è nulla”. Poi un giorno sta male e mi dice: “Sì, non c’è nulla, però come dopo l’inverno c’è la primavera, qualcosa succederà”. Mi sembra di sentire Francesco. Lui aveva una vita dentro che straripava. Nel salutarlo, tra i pochi intimi presenti alla cerimonia, mi è venuto da pensare che si muore tutti: chi crede, chi non crede, ricchi, poveri e si torna tutti alla terra. Però è molto diverso capire a che tipo di terra si torna.
Se è terra disperata o se è terra innamorata. Se prima di morire hai ancora voglia, come Francesco, di lottare, di amare, di sognare, di vita vera. E la parola vita è quella più frequente nelle sue canzoni. Lui amava la vita così, al primo istante, ne amava il movimento, la fedeltà, il non arrendersi, il non adeguarsi, per viltà, all’onda del momento.


L’amava come i bambini, senza alcuna precauzione, con quella sua saggezza e quel suo sapere che erano più negli occhi che nelle parole. Con quel suo silenzio che sembrava conoscesse tutte le risposte, quel viso che illuminava, il sorriso indulgente. Per me è stato un grande maestro di vita».










