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Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slides mostrate dal genero di Donald Trump Jared Kushner, nel suo intervento a Davos in occasione della firma del Board of Peace. Viene rappresentato il 'piano generale per Gaza', che afferma Kushner, sarà realizzato in tre anni e in in fasi, tra cui "alloggi per i lavoratori, occupazione al 100% e opportunità per tutti" anche per il turismo costiero
Tutti insieme, non si sa quanto appassionatamente, per risolvere le crisi globali. Magari facendo a meno di quel «baraccone» dell’Onu. Compiacendo Donald Trump e versando un miliardo di dollari in contanti per garantirsi tre anni di associazione. Sembra un club privato quello che sta mettendo in piedi il presidente americano per avviare la cosiddetta «fase 2» del piano di pace per Gaza.
«Il consiglio più grande e prestigioso mai riunito», ha proclamato, con la solita enfasi, il presidente americano.
Trump ha invitato diversi leader mondiali a diventare membri fondatori del Consiglio, il Board for Peace, nell’ambito del suo piano in 20 punti per garantire una pace duratura e la ricostruzione di Gaza dopo i devastanti bombardamenti israeliani in rappresaglia per l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023.


Donald Trump illustra il suo "Board for Peace" per Gaza al Forum di Davos
(EPA)Il piano, descritto in modo vago, era stato approvato in una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre. Ora sono partite le lettere di invito ai leader mondiali. Le hanno ricevute, fra gli altri, Giorgia Meloni e il presidente indiano Modi, il primo ministro albanese Rama e il presidente turco Erdogan, il premier canadese Carney e il presidente argentino Milei. L’invito è arrivato anche al primo ministro israeliano Netanyahu (che ha accettato), all’Unione Europea, al Vaticano (che sta valutando se aderire o meno), al presidente russo Vladimir Putin e al dittatore bielorusso Lukashenko. Proprio la possibile partecipazione di Putin al Board sta creando perplessità in vari governi, come quello del Regno Unito, che per il momento ha sospeso la sua adesione, come dichiarato oggi dalla ministra degli Esteri Yvette Cooper.
Inizialmente il «Consiglio per la pace» faceva parte delle proposte di cessate il fuoco di Trump per la guerra di Gaza e avrebbe dovuto supervisionare la transizione verso una pace duratura nel territorio e il lavoro di un comitato di esperti palestinesi, che si sarebbe occupato della gestione quotidiana della Striscia di Gaza.
Ma dalle lettere di invito emerge un’ambizione più ampia. Come, ad esempio, «intraprendere un nuovo approccio audace per risolvere i conflitti globali».
Come ha scritto su Avvenire l’ambasciatore Pasquale Ferrara, uno dei più esperti e autorevoli diplomatici italiani, «è sintomatico che il Consiglio della pace si basi su un documento di 13 articoli, denominati pomposamente ‘Carta’, che non sono certo il risultato di una conferenza internazionale, come avvenne a Dumbarton Oaks nel 1944 per la prima bozza dello Statuto delle Nazioni Unite, ma uno schema prodotto a tavolino dai consiglieri di Trump secondo un modello aziendalistico e contrattuale».
È proprio questo modello anomalo che provoca le perplessità dei leader mondiali invitati da Trump. A cominciare da Giorgia Meloni, su questo in piena sintonia con il presidente Sergio Mattarella: «La posizione dell’Italia è di apertura», ha affermato Meloni ospite da Bruno Vespa a Porta a Porta, «noi siamo aperti, disponibili e interessati. Per almeno due ragioni. La prima è che l’Italia può giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati e poi in generale non considererei una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante. C’è per noi un problema costituzionale di compatibilità perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi di incompatibilità con la nostra Costituzione, questo non ci consente di firmare sicuramente domani, però ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura».
In particolare, l’incompatibilità sarebbe con uno dei principi fondamentali della Costituzione italiana. Si tratta dell’articolo 11, nel quale, dopo il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si dichiara che l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Sembra evidente che nel Board non siano garantite, al momento, quelle «condizioni di parità» richieste dalla Carta costituzionale.
Le prime nomine al Board, annunciate venerdì scorso, includevano lo stesso Trump come presidente, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, l'attuale segretario di Stato americano Marco Rubio, l’inviato di Trump per la risoluzione dei problemi, l’uomo di affari Steve Witkoff, il genero del presidente Jared Kushner e il presidente della Banca mondiale Ajay Banga.
Accanto al Board of peace sono state create due entità collegate: un comitato palestinese tecnocratico incaricato di amministrare temporaneamente la Striscia di Gaza e un executive board con un ruolo prevalentemente consultivo.
Il comitato palestinese di governance, composto da 15 personalità e posto sotto la supervisione del Consiglio di pace, avrà il compito di sovrintendere al ripristino dei servizi pubblici essenziali, alla ricostruzione delle istituzioni civili e alla stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza. Sarà presieduto da Ali Shaath, ex vice ministro palestinese.
Un portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che Guterres «ritiene che gli Stati membri siano liberi di associarsi in diversi gruppi».
«Le Nazioni Unite continueranno a svolgere il lavoro loro affidato», ha affermato il vice portavoce dell'ONU Farhan Haq. Da parte sua Guterres ha dichiarato che gli Stati Uniti agiscono impunemente e ritengono che il loro potere sia più importante del diritto internazionale.
Secondo i funzionari dell’ONU, gli Stati Uniti, che sono tenuti a versare il 22% del bilancio ordinario delle Nazioni Unite, devono attualmente 1,5 miliardi di dollari.








