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Tel Aviv, un manifesto elettorale del Likud, il partito del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ritrae Netanyahu insieme al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e riporta in ebraico la scritta «Abbiamo un’unica opportunità per vincere!»
Martedì Israele torna alle urne per la prima volta dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha sconvolto il Paese e aperto una lunga stagione di guerre in Medio Oriente, da Gaza all’Iran. In gioco c’è il futuro politico di Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo della storia israeliana, ma anche la possibilità di cambiare rotta dopo anni segnati da conflitti, tensioni interne e isolamento internazionale.
Il voto, però, non è un semplice duello tra il premier uscente e il suo principale rivale. Il sistema elettorale israeliano rende decisive le alleanze tra partiti, compresi quelli più piccoli. E mentre i sondaggi indicano un sostanziale equilibrio tra i due maggiori schieramenti, resta da capire chi riuscirà a mettere insieme i numeri necessari per governare.


Un uomo vende oggetti di seconda mano su un tavolo circondato da manifesti elettorali del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, leader del Likud, nel centro di Gerusalemme
(REUTERS)Quando si vota e quando si conosceranno i risultati
I seggi sono aperti martedì dalle 7 alle 22, ora locale: in Italia, dalle 6 alle 21. Alla chiusura delle urne le principali emittenti televisive israeliane diffonderanno gli exit poll, le prime proiezioni basate sulle interviste agli elettori all’uscita dai seggi. Le prime indicazioni sul risultato arriveranno quindi nella serata italiana di martedì. Lo scrutinio proseguirà nelle ore successive e un quadro più attendibile potrebbe delinearsi già mercoledì. Il conteggio definitivo è atteso entro il 30 ottobre, mentre la pubblicazione ufficiale dei risultati è prevista per il 4 novembre. Attenzione, però: conoscere la distribuzione dei seggi non significa sapere automaticamente chi sarà il prossimo primo ministro. Se nessuno dei due schieramenti avrà una maggioranza chiara, potrebbero servire giorni o settimane di trattative per costruire un governo. In caso di stallo prolungato, non si può escludere il ritorno alle urne.


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo principale sfidante, Gadi Eisenkot, leader dell’opposizione ed ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano
(REUTERS)Perché queste elezioni sono un referendum su Netanyahu
Netanyahu non si gioca soltanto la permanenza alla guida del governo. La consultazione rappresenta anche un giudizio sulla sua leadership dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas riuscì a colpire Israele provocando una delle più gravi crisi di sicurezza nella storia del Paese. Il premier è accusato dai suoi avversari di non avere impedito l’attacco e di aver ostacolato la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sui fallimenti politici e militari che lo resero possibile. A questo si aggiungono i processi per corruzione in cui è imputato, che Netanyahu respinge, e le polemiche sulla gestione delle guerre e sulla sua dipendenza dai partiti religiosi e dall’estrema destra. Il suo schieramento rivendica invece la risposta militare contro Hamas e gli altri avversari regionali, la difesa della sicurezza nazionale e il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump, che ha espresso il proprio sostegno al premier. Per questo la domanda posta agli elettori non è soltanto se Netanyahu debba restare al potere. È anche quale modello di Israele debba prevalere: quello nazionalista e religioso sostenuto dalla coalizione uscente oppure quello di un’opposizione che promette una gestione più pragmatica della sicurezza, maggiori controlli sul governo e una diversa politica nei rapporti con gli alleati e con i palestinesi.
Chi sono i principali contendenti
Benjamin Netanyahu e il Likud.
Il primo ministro guida il Likud, il principale partito della destra israeliana. Per restare al governo ha bisogno del sostegno delle formazioni di estrema destra e dei partiti ultraortodossi, determinanti nella sua coalizione. Tra gli alleati più importanti ci sono Potere ebraico, guidato da Itamar Ben Gvir, e Sionismo religioso, legato a Bezalel Smotrich. Entrambi sostengono posizioni durissime nei confronti dei palestinesi e l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. I partiti ultraortodossi Shas ed Ebraismo della Torah Unito puntano invece a conservare i privilegi e le esenzioni dal servizio militare per i membri delle loro comunità.
Gadi Eisenkot, il rivale che arriva dall’esercito.
Ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e leader del partito Yashar, Eisenkot è il principale sfidante di Netanyahu. È un conservatore in materia di sicurezza, non un pacifista, ma propone un cambio di leadership e una gestione più pragmatica dei conflitti. Ha contestato la strategia della guerra a oltranza quando, a suo giudizio, comprometteva la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas. La sua vicenda personale, segnata anche dalla morte del figlio Gal in combattimento a Gaza nel dicembre 2023, contribuisce a dare peso alla sua immagine pubblica di militare che conosce direttamente il costo della guerra.


L’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett, candidato alla Knesset e leader del partito B’Yachad, vota a Ra’anana, vicino a Tel Aviv, per le elezioni parlamentari israeliane
(EPA)Naftali Bennett e Yair Lapid, l’asse di centrodestra
I due ex primi ministri hanno unito le forze nella lista Insieme, cercando di allargare il fronte contrario a Netanyahu. Le loro posizioni non coincidono su tutti i temi, ma l’obiettivo comune è impedire al premier uscente di ottenere un nuovo mandato. Nel 2021 Bennett e Lapid riuscirono a formare un governo alternativo grazie a una coalizione eterogenea, che comprendeva anche un partito arabo: un’esperienza durata appena diciotto mesi.
Avigdor Lieberman e Yair Golan
Lieberman, leader di Yisrael Beytenu ed ex alleato di Netanyahu, rappresenta una destra laica e nazionalista, spesso più intransigente del premier nei confronti dei gruppi armati palestinesi, ma fortemente critica verso le concessioni ai partiti ultraortodossi. Yair Golan guida invece i Democratici, formazione nata dalla fusione tra lo storico Partito laburista e Meretz. È la voce più riconoscibile della sinistra israeliana e ha criticato apertamente la condotta dell’esercito a Gaza.


Un fotomontaggio riunisce quattro protagonisti della politica israeliana e delle elezioni parlamentari del 27 ottobre 2026: da sinistra in alto, in senso orario: Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar; l’ex premier Naftali Bennett, alla guida dell’alleanza Beyachad, Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader del partito Potere ebraico e il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu
(REUTERS)I partiti arabi
Ra’am, guidato da Mansour Abbas, e Lista comune, che riunisce diverse forze arabe, potrebbero diventare determinanti nella formazione del nuovo governo. Rappresentano una parte importante dell’elettorato israeliano, in un Paese dove circa un quinto della popolazione è arabo, perlopiù palestinese. Tuttavia, la maggior parte dei partiti ebraici ha escluso di voler governare insieme a loro: una contraddizione che potrebbe impedire all’opposizione di trasformare un eventuale vantaggio numerico in una maggioranza parlamentare.


Elettori israeliani in fila a Ra’anana, vicino a Tel Aviv, in attesa di votare alle elezioni parlamentari per la 26ª Knesset. È il primo appuntamento elettorale nazionale in Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023
(EPA)Che cosa dicono i sondaggi
Le ultime rilevazioni pubblicate prima del voto descrivono una corsa apertissima. Il sondaggio finale di The Times of Israel, realizzato da Zman Yisrael su un campione di 500 persone con un margine d’errore del 4,4%, attribuiva 23 seggi a Yashar di Eisenkot e 21 al Likud di Netanyahu.
Nella stessa rilevazione, Bennett era accreditato di 11 seggi, Yisrael Beytenu di 9 e Lista comune di 9. Shas, Ebraismo della Torah Unito, Democratici e Potere ebraico avrebbero ottenuto 8 seggi ciascuno; Sionismo religioso 6, Ra’am 5 e la lista dei Riservisti 4. Il dato più importante, però, è quello relativo agli schieramenti: i partiti ebraici dei due principali blocchi erano stimati entrambi a 51 seggi, mentre le liste arabe avrebbero ottenuto complessivamente 14 deputati. La lista dei Riservisti, non allineata, avrebbe conquistato altri quattro seggi. Nessuno avrebbe quindi una maggioranza autonoma. Anche le rilevazioni diffuse negli ultimi giorni da Jerusalem Post, Maariv e dalle emittenti israeliane Kan, Channel 12 e Channel 13 indicavano un quadro frammentato, con differenze nelle stime dei singoli partiti e nella consistenza dei due blocchi. In alcune proiezioni il fronte anti-Netanyahu risultava in vantaggio; in altre il distacco si riduceva o spariva. Il risultato dipenderà anche dalle formazioni più piccole, alcune delle quali rischiano di non superare la soglia di sbarramento.
La conclusione è semplice: Eisenkot può arrivare primo e Netanyahu può perdere seggi, ma nessuno dei due ha la vittoria garantita. La vera partita sarà costruire una coalizione che raggiunga almeno 61 deputati. E proprio qui le promesse fatte durante la campagna potrebbero diventare un ostacolo.
Come funziona il sistema elettorale israeliano
Israele adotta un sistema proporzionale su base nazionale. Gli elettori non scelgono direttamente il primo ministro né un candidato nel proprio collegio: votano una lista di partito e i seggi vengono distribuiti in base alla percentuale ottenuta. La Knesset conta 120 membri. Per sostenere un governo servono almeno 61 voti, cioè la maggioranza assoluta dei deputati. Nessun partito israeliano ha mai conquistato da solo la maggioranza parlamentare: la formazione di coalizioni è quindi una necessità strutturale. C’è poi una soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Una lista che non la supera resta fuori dalla Knesset e i voti ricevuti non si traducono in seggi. Per questo anche pochi decimali possono cambiare gli equilibri: un partito piccolo può sottrarre voti a uno schieramento senza ottenere rappresentanza, oppure diventare decisivo se supera la soglia. Dopo la proclamazione dei risultati, il presidente Isaac Herzog consulterà i rappresentanti delle forze politiche e affiderà l’incarico a chi riterrà più in grado di formare una maggioranza. Il candidato incaricato avrà fino a 42 giorni per riuscirci. Se nessuno sarà in grado di mettere insieme i numeri necessari, Israele potrebbe dover tornare a votare.
Le questioni che pesano sul futuro del Paese
Il voto arriva in una società profondamente segnata dalle guerre e dal trauma del 7 ottobre. La sicurezza rimane centrale, ma non è l’unico tema.
C’è anzitutto la questione degli ostaggi e della strategia militare a Gaza: quanto proseguire la guerra e a quali condizioni cercare accordi? C’è il rapporto con i palestinesi e il futuro della Cisgiordania, dove l’espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni sono al centro delle contestazioni internazionali. Un altro tema divisivo è l’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi. La mobilitazione prolungata dei riservisti ha reso sempre più difficile giustificare un trattamento differenziato tra cittadini, mentre i partiti religiosi considerano la questione una condizione essenziale per sostenere il governo. Infine, restano le tensioni sui rapporti tra politica e magistratura, l’indagine sulle responsabilità del 7 ottobre, il costo della vita e le relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa. La consultazione non deciderà da sola la direzione della politica estera israeliana, ma determinerà chi avrà il potere di orientarla.


Un uomo vota in un seggio elettorale a Bnei Brak, in Israele
(REUTERS)Tre curiosità per capire il voto
1) Non si vota per il premier. Anche se la campagna è dominata dalla sfida tra Netanyahu ed Eisenkot, sulla scheda gli elettori scelgono un partito. Il futuro capo del governo sarà deciso dalla capacità di ottenere la fiducia della Knesset.
2) I piccoli partiti possono decidere tutto. Una lista che resta appena sotto il 3,25 per cento non ottiene seggi. Una che supera la soglia può invece diventare indispensabile per raggiungere quota 61. Ecco perché le proiezioni possono cambiare sensibilmente nelle ultime ore dello scrutinio.
3) Il voto può non chiudere la crisi politica. Israele ha attraversato una lunga stagione di instabilità, con cinque elezioni in poco più di tre anni tra il 2019 e il 2022. Se anche questa volta nessuno riuscirà a costruire una maggioranza, la vittoria elettorale rischierà di non tradursi in un governo stabile.







