Il 25 ottobre 2026, a due giorni dalle elezioni israeliane, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha condiviso sui social un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che raffigura un’esplosione nucleare sopra al città di Tel Aviv, accompagnandola con un avvertimento sulla minaccia iraniana.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo account X un'immagine che ritrae una bomba atomica che si abbatte su Tel Aviv. 25 ottobre 2026. X.com/Benjamin Netanyahu
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo account X un'immagine che ritrae una bomba atomica che si abbatte su Tel Aviv. 25 ottobre 2026. X.com/Benjamin Netanyahu
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo account X un'immagine che ritrae una bomba atomica che si abbatte su Tel Aviv. 25 ottobre 2026. X.com/Benjamin Netanyahu (ANSA)

Il primo ministro ha avvertito gli elettori che scegliere un leader incapace di fermare il programma nucleare iraniano potrebbe portare a un “secondo Olocausto”.

Una scelta spregiudicata che ha suscitato critiche da parte di esponenti dell’opposizione. Netanyahu è stato accusato di alimentare il panico alla vigilia del voto, il primo appuntamento elettorale che si svolge in Israele dopo il massacro antisemita del 7 ottobre 2023 e la guerra scatenata nelle settimane successive da Israele contro Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli ayatollah del regime iraniano, con migliaia di vittime fra la popolazione civile.

Il dato più significativo non è soltanto ciò che l’immagine rappresenta, ma il momento in cui viene diffusa. Una minaccia nucleare, reale o prospettata, tocca la paura più profonda di una società: la possibilità della propria distruzione. Quando questa paura entra nel linguaggio della competizione elettorale, il confine tra informazione sulla sicurezza nazionale e comunicazione politica diventa particolarmente delicato.

La minaccia iraniana è una questione strategica che Israele deve giustamente affrontare. Ma evocare lo scenario di una città annientata da un ordigno atomico significa anche chiedersi quale effetto si voglia produrre sull’opinione pubblica: informare sui rischi, richiamare l’attenzione su una priorità nazionale oppure spingere gli elettori a considerare ogni altra questione irrilevante di fronte alla prospettiva della catastrofe.

C’è poi una responsabilità specifica legata al ruolo di chi pubblica. Un’immagine artificiale può essere scambiata, anche solo per un istante, per la rappresentazione di un evento reale. E quando proviene dal profilo di un capo di governo, acquista un peso che non avrebbe nelle mani di un anonimo utente. La sua forza comunicativa non dipende soltanto dal contenuto, ma dall’autorità istituzionale che la accompagna. Va detto che in questo Netanyhau segue le orme del suo principale alleato e complice, Donald Trump, un altro spregiudicato manipolatore di immagini per screditare gli avversari, autocelebrarsi, minacciare i nemici dell’America.

La sicurezza nazionale non si gestisce soltanto con immagini capaci di suscitare terrore. Un governo ha il dovere di distinguere le minacce accertate dagli scenari ipotetici e le valutazioni strategiche dagli appelli emotivi. Perché la minaccia atomica è già abbastanza grave nella realtà. Non dovrebbe diventare, senza adeguate spiegazioni, anche uno strumento per governare l’immaginazione e le scelte dei cittadini.