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«Israele democratico ha fatto la sua scelta. I risultati elettorali mostrano che l'opinione pubblica ne ha abbastanza del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il popolo ha parlato. L'unica domanda rimanente è se noi, i leader del campo di opposizione, saremo abbastanza saggi da rispettare il verdetto degli elettori. Manderemo Netanyahu e il suo governo a casa e intraprenderemo la strada della ricostruzione di Israele?». Yair Golan, generale e politico israeliano, presidente del partito I Democratici, dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz parla chiaro, all’indomani del verdetto definitivo delle urne, e dice: «È tempo di formare un governo con gli arabi», che hanno ottenuto 19 seggi sui 120 della Knesset.
Ma se Golan apre al confronto il resto dell’opposizione chiude tanto che, invece, il sito di informazione israelo-palestinese +952, commenta: «I cittadini palestinesi sono i grandi vincitori delle elezioni israeliane, ma non conta. Il risultato storico per i partiti arabi è reso privo di senso da un'opposizione israeliana che sembra non disposta a collaborare con loro per deporre Netanyahu».
Un paradosso, quello del voto che non vale quanto gli altri, che dice della fragilità di una democrazia che continua a definirsi «l’unica nel Medio Oriente». Eppure i partiti arabi, che rappresentano circa un quinto della popolazione israeliana, hanno ottenuto un risultato senza precedenti dalla nascita dello Stato di Israele. La Lista congiunta (Hadash, Ta’al e Balad) ne ha conquistati dodici, Ra’am sette. Un «terremoto», lo ha definito lo stesso Benjamin Netanyahu. Il quale, però, nello stesso tempo, si rifiuta di riconoscerne la legittimità. La stampa israeliana racconta un susseguirsi di veti incrociati. Con l’accusa da parte di Netanyahu, respinta dalla commissione elettorale, di “brogli” del voto arabo.
Yousef Jabareen, leader della Lista congiunta, ha aperto a un appoggio esterno alla coalizione di Eisenkot, ma finora prevale il rifiuto.
Ma, come ha scritto l’analista palestinese Ahmed Najar, «uno Stato non può definirsi credibilmente democratico quando più di un quinto dei suoi cittadini può votare ma i rappresentanti che elegge sono trattati come illegittimi per definizione».
Ma non c’è altra strada che il riconoscimento reciproco se Israele vuole perseguire la pace. «La violenza trova spesso terreno fertile in certe rappresentazioni, come la paura dell'altro, il rifiuto della sua diversità, la convinzione che la nostra sofferenza ci autorizzi a negare quella altrui», aveva spiegato proprio alla vigilia del voto il Gran rabbino di Francia, Haïm Korsia. «La tradizione ebraica», aveva conitnuato intervenendo all’incontro promosso da Sant’Egidio per i 40 anni dello Spirito di Assisi, «ci pone davanti un’esigenza che non ammette alcuna eccezione di principio: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Questa parola del Levitico non ci impone soltanto di amare chi ci somiglia, chi condivide le nostre convinzioni o chi ci tratta con benevolenza. È proprio qui che inizia il lavoro per la pace, in questa capacità di distinguere l’atto dalla persona, la responsabilità individuale dalla colpa collettiva, la fermezza necessaria dall’odio che acceca». La pace, ha proseguito, «non è una ricompensa che si riceve una volta conclusi i conflitti. È un lavoro che si intraprende proprio perché i conflitti esistono. Ecco cosa significa perseguire la pace. Non basta amarla in teoria: occorre andarle incontro, talvolta compiere il primo passo, accettare di dialogare con chi non condivide le nostre convinzioni». E ancora: «La pace non può essere costruita a prezzo dell'ingiustizia. “La giustizia, la giustizia perseguirai”, dice la Bibbia. Bisogna cogliere la forza di questo verbo, “perseguire”. La giustizia, così come la pace, richiede impegno, costanza e coraggio. Una pace disarmante è dunque una pace che sorprende per la sua forza morale. Essa non mira a schiacciare l'avversario, bensì a rendere possibile un futuro che non sia più prigioniero dello scontro». Una pace disarmante, ha spiegato, «è una pace che non nega né le ferite né i pericoli, ma che rifiuta di lasciare ad essi l’ultima parola. Una pace che non confonde la riconciliazione con l’oblio, il perdono con l’impunità, la forza con la brutalità. Una pace che fa della giustizia la sua esigenza, del dialogo il suo metodo e della dignità umana la sua bussola. Dobbiamo dunque imparare a disarmare ciò che, dentro di noi e attorno a noi, prepara la violenza. Disarmare le parole prima che diventino armi. Disarmare i pregiudizi prima che si trasformino in persecuzioni. Disarmare le memorie quando vengono strumentalizzate per alimentare l'odio, senza mai rinunciare alla verità storica». Perché «la vera vittoria non è sempre quella che mette in ginocchio l’avversario. A volte è quella che permette a due popoli, a due comunità, a due esseri umani di rialzarsi insieme. La pace disarmata è questo: la forza che accetta di darsi un limite. Quanto alla pace disarmante, essa è la forza di un'umanità che rifiuta di rinunciare a se stessa».
E poi la domanda su quale futuro si voglia lasciare alle nuove generazioni: «Cosa vogliamo trasmettere loro? Il ricordo indefinito delle ferite, il racconto delle umiliazioni, la memoria degli scontri coltivata fino a trasformarsi in un’identità? Oppure la capacità di conoscere la storia, di ricordare senza cercare di riprodurre la sofferenza, di difendere le proprie convinzioni senza rinunciare all’umanità che ci accomuna?».
È una domanda che riguarda la memoria dell’Olocausto, delle guerre, del 7 ottobre. Ma riguarda anche la memoria delle esclusioni quotidiane, dei partiti messi al bando e poi riammessi, dei leader bollati come traditori, dei cittadini la cui voce è tollerata alle urne e rimossa al tavolo del governo. La memoria per la quale l’altro non è più un interlocutore, ma una minaccia da neutralizzare. E gli arabi diventano la minaccia perfetta: abbastanza forti da contare, abbastanza “diversi” da poter essere esclusi. La loro presenza sulla scena politica israeliana è la cartina di tornasole per capire se davvero esiste una democrazia israeliana. Riconoscere che un quinto dei cittadini ha una rappresentanza politica legittima significa accettare che Israele non è solo lo Stato degli ebrei, ma anche lo Stato di tutti i suoi cittadini. Anche se questa, per molti, è ancora un’eresia.
E mentre a Gerusalemme il presidente Herzog apre le consultazioni e si profilano scenari di governi di minoranza o di nuove elezioni, la vera domanda non è chi riuscirà a formare una maggioranza, ma se quella maggioranza sarà disposta a includere tutti, come in una vera democrazia. La vittoria di cui ha parlato Korsia, ad Assisi, quella che «permette a due popoli di rialzarsi insieme», in Israele sembra ancora lontana. Ma forse, proprio in quei 19 seggi che hanno mandato in tilt la politica israeliana, c’è il segno che la rimozione non funziona più. E che la democrazia, se vuole essere tale, deve fare i conti con tutti i suoi cittadini, anche quelli che vorrebbe dimenticare.
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