Bisognava aspettarselo. Robert Francis Prevost, il primo papa americano della storia, il teologo agostiniano che ha scelto di chiamarsi Leone XIV in omaggio al grande riformatore sociale Leone XIII, non poteva esordire con un documento prevedibile. E così, nella sua prima enciclica, presentata il 25 maggio 2026 e siglata dieci giorni prima nel 135° anniversario della Rerum Novarum, ha fatto una cosa che nessun pontefice aveva mai osato: ha chiamato Gandalf a testimone della responsabilità cristiana nel mondo.

Non è uno scherzo. Non è una nota a piè di pagina. È una citazione diritta, piantata nel cuore di un documento magisteriale di oltre duecento pagine, che parla di intelligenza artificiale, di dignità umana, di guerra e di pace. Lo stregone bianco del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien — cattolico convinto, professore di Oxford, inventore di mondi — entra così nella biblioteca ufficiale della dottrina sociale della Chiesa. E ci entra con tutto il peso delle sue parole.

Le parole dello stregone, la voce del Papa

«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

Sono le parole che Tolkien mette in bocca a Gandalf. Leone XIV le mutua nell'enciclica per illustrare quale sia «la nostra responsabilità» di fronte alle sfide del tempo. Poi aggiunge: «La civiltà dell'amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione».

La scelta è tutt'altro che naïf. Tolkien non è un autore da salotto, e nemmeno quello che una certa destra italiana e internazionale ha tentato e tenta di strumentalizzare e sterilizzare. È un uomo del Novecento, un cristiano, che ha scritto anche della sua fede dentro una saga epica, che ha messo la libertà contro il potere, la creatura contro la macchina, la terra fertile contro il dominio assoluto di Sauron e del suo Anello. Che un papa scelga proprio quelle parole — in un'enciclica sull'intelligenza artificiale — non è un caso. È una dichiarazione di poetica morale.

John Ronald Reuel Tolkien (1892–1973) è stato un celebre linguista, filologo e scrittore britannico. È universalmente riconosciuto come il padre della moderna letteratura fantasy, grazie alla creazione dell'universo della Terra di Mezzo, con capolavori epici come Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.

"Siamo un desiderio, non un algoritmo"

Il titolo, Magnifica Humanitas, è già un programma. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi, scrive Leone XIV nell'incipit dell'enciclica, «di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme». Cinque capitoli, 245 paragrafi, e un filo rosso che attraversa tutto: «Siamo un desiderio, non un algoritmo».

La parola dignità torna centouno volte. Non è un tic stilistico: è l'ossessione strutturale del documento. Nel tempo dell'intelligenza artificiale, sostiene Leone XIV, la dignità umana rischia di essere oscurata da «nuove forme di disumanizzazione». E quindi: «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani».

Bisogna, insiste il Papa, «disarmare l'intelligenza artificiale»: sottrarla alla logica della competizione militare, economica e cognitiva. Impedirle di dominare l'umano. Liberarla dai monopoli, le Big Tech che il Papa accusa apertamente di essere «più influenti dei governi». «Piccoli gruppi molto influenti, scrive, possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli».

La tecnologia, precisa l'enciclica, non è «antagonista» dell'umano. Ma non è nemmeno neutrale: «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.» E non esiste, sentenzia il Papa, nessun «algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile»: la tecnologia militare «non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità, può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati».

Ma è sul terreno della guerra che Leone XIV suona la campana più forte. E la suona senza eufemismi: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della 'guerra giusta', troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra». Una pietra tombale su una categoria che la teologia cattolica aveva elaborato nei secoli, e che troppo spesso era servita a benedire ciò che benedire non si doveva.

Al realismo politico che semina rassegnazione e spaccia la guerra per inevitabile, Leone XIV oppone un'altra idea di realismo: «La pace non è una speranza ingenua né soltanto un'assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità». E poi l'appello ai potenti, diretto come un pugno: «I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo».

La saga de Il Signore degli Anelli è diretta dal regista neozelandese Peter Jackson. È la trilogia più premiata nella storia del cinema, con un totale di 17 premi Oscar vinti su 30 candidature complessive

Spielberg, Picasso, Beethoven: il Papa cita la cultura pop

La citazione di Tolkien non è un'anomalia. È parte di una scelta deliberata di guardare alla cultura viva, quella che arriva alle persone, che cambia le persone, come fonte di rivelazione morale.

Nell'enciclica compaiono Schindler's List di Steven Spielberg - «come invito a non consegnare il passato all'oblio» - la Guernica di Pablo Picasso, «come denuncia della disumanizzazione», e la Nona Sinfonia di Beethoven, «come desiderio di unità». Tre opere, un film, un dipinto, una sinfonia, alle quali il Papa assegna un «valore quasi profetico», perché «la cultura e l'arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male».

È una scelta che dice moltissimo sull'uomo Prevost. Non il teologo chiuso nei manuali, ma il pastore che sa che l'anima umana si forma davanti a uno schermo, davanti a una tela, davanti a una partitura. E che la fede deve parlare in quelle lingue, se vuole essere ascoltata.

Steven Spielberg (Cincinnati, 18 dicembre 1946) è uno dei registi, sceneggiatori e produttori cinematografici più famosi, influenti e di successo commerciale nella storia del cinema. Ha vinto l'Oscar alla miglior regia proprio per Schindler's List (1993).

I giganti alle spalle del Papa: da Agostino a La Pira

Non mancano, naturalmente, i padri nobili. Sant'Agostino, l'agostiniano Prevost non poteva che citarlo, ricorre quattro volte. Compaiono San Tommaso e Platone. Ci sono Hannah Arendt e Viktor Frankl, Romano Guardini e Giorgio La Pira, il sindaco di Firenze che Leone XIV cita con queste parole: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell'incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano».

Ci sono tutti i papi del Novecento, Leone XIII in testa, con la Rerum Novarum come stella polare, e i martiri della dignità: Massimiliano Kolbe, Oscar Romero, Enrique Angelelli, Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Accanto a loro, i «martiri del quotidiano»: infermieri, educatori, volontari, genitori. Coloro che restano accanto a un anziano o a un escluso senza fare rumore, senza conquistare titoli di giornale.

E le donne. L'enciclica le chiama per nome con una generosità insolita nella letteratura magisteriale: Maria Montessori, Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Marie Curie, Wangari Maathai, Benazir Bhutto, «e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia». Non è una concessione. È un riconoscimento.

Una foto di scena tratta dal film ''Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello'' (''The Lord of the Rings - The Fellowship of the Ring''), Nuova Zelanda/USA, 2001. Il film fa parte della trilogia fantasy ''Il Signore degli Anelli'' del regista neozelandese Peter Jackson. E' Il primo capitolo della saga ed ha vinto 4 Oscar 2002 su 13 Nomination e il premio BAFTA al miglior film del 2002. ANSA
Una foto di scena tratta dal film ''Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello'' (''The Lord of the Rings - The Fellowship of the Ring''), Nuova Zelanda/USA, 2001. Il film fa parte della trilogia fantasy ''Il Signore degli Anelli'' del regista neozelandese Peter Jackson. E' Il primo capitolo della saga ed ha vinto 4 Oscar 2002 su 13 Nomination e il premio BAFTA al miglior film del 2002. ANSA
Una foto di scena tratta dal film ''Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello'' (''The Lord of the Rings - The Fellowship of the Ring''), Nuova Zelanda/USA, 2001. Il film fa parte della trilogia fantasy ''Il Signore degli Anelli'' del regista neozelandese Peter Jackson. E' Il primo capitolo della saga ed ha vinto 4 Oscar 2002 su 13 Nomination e il premio BAFTA al miglior film del 2002. ANSA (ANSA)

Perché Tolkien. E perché adesso.

Torno a Gandalf, però. Perché quella citazione merita di essere guardata in faccia, senza il velo della sorpresa.

J.R.R. Tolkien credeva nella sub-creazione: l'uomo, fatto a immagine di Dio creatore, partecipa della creazione attraverso l'arte, la narrativa, l'invenzione. Il Signore degli Anelli non è una favola di evasione. È una meditazione sul potere che corrompe, sulla tentazione del dominio totale, sulla responsabilità di chi possiede forza e sceglie di non usarla per asservire. L'Anello è tentazione pura: chiunque lo indossi crede di poter fare il bene attraverso il controllo assoluto. E si sbaglia.

Nell'era dell'intelligenza artificiale, chi non vede l'analogia? I sistemi di IA sono anelli del potere del nostro tempo: strumenti che promettono efficienza, sicurezza, ottimizzazione, e che chiedono in cambio qualcosa di molto più prezioso. La nostra irripetibilità. La nostra opacità. Il diritto di essere, come diceva Tolkien attraverso i suoi personaggi, «più di ciò che sembriamo».

E allora le parole di Gandalf, quelle parole che Leone XIV ha scelto tra mille possibili, acquistano tutto il loro peso. Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo. Il nostro compito è più piccolo, e per questo più grande: sradicare il male dai campi che conosciamo. Lasciare terra sana a chi verrà dopo.

È la stessa logica dei «martiri del quotidiano» dell'enciclica. È la stessa logica della Rerum Novarum di 135 anni fa. La storia non la cambiano gli eserciti di algoritmi. La cambiano gli uomini e le donne che scelgono, ogni giorno, di restare umani.