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L'Assemblea Nazionale francese.
La Francia ha aperto la porta al suicidio assistito. L’Assemblea nazionale ha approvato definitivamente, con 291 voti favorevoli e 241 contrari, la legge che permette ad alcuni pazienti affetti da gravi malattie di ottenere, nel rispetto delle condizioni previste, la somministrazione di un prodotto letale. Prima dell’entrata in vigore manca ancora il passaggio davanti al Consiglio costituzionale. Ma la svolta politica, culturale e antropologica si è già consumata.
Emmanuel Macron ha salutato il voto come il compimento di un impegno assunto nel 2022 e il risultato di un dibattito «costruttivo e rispettoso». La presidente dell’Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha parlato di «un grande testo per la nostra Repubblica». Nelle parole dei sostenitori, la legge rappresenta il riconoscimento di una libertà estrema: quella di decidere della propria morte quando la sofferenza diventa intollerabile e non può più essere alleviata.
I vescovi francesi leggono però la decisione da una prospettiva opposta. Non vi vedono soltanto l’introduzione di una nuova possibilità individuale, ma una trasformazione del rapporto dell’intera società con la fragilità. «Il 15 luglio 2026 segna una svolta cruciale nella storia del nostro Paese», affermano nella nota firmata dal cardinale Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza episcopale, e dai vicepresidenti Vincent Jordy e Benoît Bertrand.
Secondo l’episcopato, la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito interrompe «la lunga tradizione di cura», fondata sull’impegno ad alleviare il dolore e ad accompagnare ogni persona fino alla morte naturale. È questo il cuore dell’obiezione. Una legge non si limita mai a concedere un diritto: stabilisce anche ciò che una comunità considera accettabile, normale e, con il passare del tempo, perfino conveniente.
Finché la morte provocata rimane vietata, il malato può sentirsi certo che medici, familiari e istituzioni siano tenuti a stargli accanto. Quando diventa una possibilità legale, quella stessa persona potrebbe cominciare a domandarsi non soltanto se desideri continuare a vivere, ma se abbia ancora il diritto di pesare sugli altri. La libertà proclamata sulla carta rischia così di trasformarsi, nella solitudine di una stanza, in una pressione silenziosa. E questo vale ancor più se il malato è solo, fragile psicologicamente, povero di risorse e di affetti.
È soprattutto su questo punto che l’allarme dei vescovi merita di essere ascoltato anche da chi non condivide la dottrina cattolica. «I più poveri saranno probabilmente i primi a pagarne il prezzo», scrivono. Un anziano con una pensione modesta, un disabile dipendente dall’assistenza altrui o un malato consapevole dei costi delle proprie cure potrebbero sentirsi indotti a non essere più «un peso» per figli e nipoti e a suicidarsi.
Non servono costrizioni esplicite. Possono bastare la mancanza di assistenza, la stanchezza dei familiari, la scarsità dei posti nelle strutture, i tempi della sanità pubblica o la sensazione di essere diventati inutili. Percjhé una scelta può dirsi davvero libera soltanto quando esistono alternative concrete. Se invece le cure palliative sono insufficienti e l’accompagnamento domiciliare è affidato quasi interamente alle famiglie, il diritto di morire rischia di correre molto più velocemente del diritto a essere curati.
I presuli contestano inoltre il racconto di un confronto esclusivamente sereno e razionale. A loro giudizio, considerazioni politiche, ideologiche e anche economiche sarebbero state nascoste dietro una «retorica fuorviante». È un’accusa severa, ma riguarda una questione inevitabile: in società sempre più anziane, con sistemi sanitari sotto pressione, la morte assistita non può essere considerata soltanto nella dimensione privata della scelta personale. Esiste anche una dimensione pubblica, fatta di bilanci, strutture, personale e priorità assistenziali.
L’esperienza dei Paesi che hanno già introdotto queste pratiche, osservano ancora i vescovi, mostra inoltre la tendenza ad ampliare progressivamente i criteri di accesso. Una fessura diventa una crepa che si trasforma in una voragine. Ciò che nasce come eccezione per casi estremi può lentamente estendersi ad altre condizioni, mentre le cure palliative rischiano di restare la strada più lunga, costosa e faticosa.
La Chiesa francese non risponde tuttavia con un generico rifiuto o con una battaglia confessionale. Chiama cattolici, famiglie, medici, infermieri, volontari, associazioni e cappellani a dimostrare nei fatti che «un’altra strada è possibile»: una presenza fedele, capace di lenire la sofferenza fisica e psicologica senza abbandonare nessuno.
È qui che la posizione dei vescovi acquista la sua forza maggiore. Non basta dichiararsi contrari alla morte assistita. Occorre costruire un sistema nel quale nessuno sia lasciato solo al punto da desiderare la morte perché non riesce più a sopportare la propria vita o perché teme di gravare sugli altri.
La Francia ha riconosciuto un nuovo diritto individuale. Resta da capire se saprà difendere con altrettanta determinazione il più antico dei doveri collettivi: prendersi cura di chi non è più forte, efficiente o autonomo. Perché una civiltà non si misura soltanto dalla libertà che concede a chi chiede di morire, ma dalla vicinanza che garantisce a chi, nel momento più fragile, ha bisogno di essere aiutato a vivere.





