I rifugi antiaerei sono stati riaperti e tra la gente cresce la paura che la guerra possa presto tornare pure qui in Israele: Teheran si è detto pronto a colpire Tel Aviv se Trump darà seguito alla minaccia di un “attacco senza precedenti” sull’Iran. Sono ore concitate ma niente di nuovo per un paese che è in guerra ormai da tre anni.

«Questo non è il tuo paese, vai via, vai a farti fottere», urla un uomo con una birra in mano e la kippah alla testa. Di fronte a lui un giovanissimo seminarista armeno, che risponde senza esitare: “Che Dio ti benedica”. Siamo di fronte al convento del Patriarcato Armeno, dentro le mura della Città Vecchia di Gerusalemme.

È in corso la commemorazione di Tishà b'Av, il giorno di lutto e digiuno più triste del calendario ebraico che ricorda la distruzione del Primo e del Secondo Tempio di Gerusalemme. Un giorno tradizionalmente di raccoglimento, ma che negli ultimi anni è diventato motivo di tensione dentro la città vecchia tra i fedeli cristiani e musulmani e i gruppi appartenenti all'ultradestra religiosa, spesso coloni che vivono in Cisgiordania.

Alcuni ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme
Alcuni ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme

Alcuni ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme

Per questo, già da prima del 7 ottobre, un gruppo di volontari ebrei israeliani, in questa ed altre occasioni, viene qui a presidiare i luoghi sacri della cristianità, per assicurarsi che non avvenga nessun incidente e, nel caso avvenga, riportarlo alla polizia. «Nel giugno 2023 abbiamo iniziato questa missione», racconta Alicia Nudelman Zimet, del Religious Freedom Data Center, «abbiamo capito che stava succedendo qualcosa, che la violenza stava crescendo e volevamo documentarlo per avere dei dati. Così abbiamo iniziato a farlo, questa è la nostra prima missione. La seconda iniziativa è stata creare un legame con le diverse comunità cristiane. La maggior parte dei nostri volontari è assegnata a diversi monasteri, e abbiamo contatti continui con i fedeli cristiani ma anche con il Patriarcato e la Custodia. Speriamo che non abbiano mai bisogno di noi, ma se succede qualcosa, ci chiamano. Da un mesetto a questa parte, dopo che una suora è stata strattonata e spinta a terra, abbiamo iniziato a scontare le sorella all’interno della Città Vecchia».

Mentre parliamo il ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir sfila dentro la Spianata delle Moschee, il terzo luogo più sacro dell’islam, insieme ad altri circa 1.300 estremisti ebrei israeliani.

Portano con sé le bandiere del terzo tempio, il vessillo usato da gruppi radicali israeliani che raffigura l'immagine del mitico tempio al posto della Stella di David, che simboleggia la richiesta di ricostruirlo sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme.

Sono le stesse bandiere che domenica 19 luglio hanno tappezzato per chilometri il deserto del Negev fino ad uno dei confini nord orientali di Gaza. Una marea umana composta da coloni israeliani, esponenti dell'ultradestra nazionalista e seguaci del sionismo religioso, che si sono radunati con un obiettivo chiaro: ricolonizzare la Striscia di Gaza e ricostruire gli insediamenti smantellati nel 2005 dall'allora premier Ariel Sharon.

La marcia, guidata dal movimento “Nahalà” di Daniela Weiss, organizzazione recentemente sanzionata da Unione Europea, Regno Unito e Canada per le sue pratiche estremiste, è stata la più grande di sempre. Dal 7 ottobre a oggi, Israele non aveva mai assistito a una manifestazione di queste proporzioni per questo specifico scopo.

Tra la folla erano presenti numerosi esponenti dell'attuale coalizione del governo Netanyahu: 24 parlamentari e ben otto ministri su 25, un terzo del totale.

La marcia dei coloni verso la Striscia di Gaza
La marcia dei coloni verso la Striscia di Gaza
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Tra questi spiccavano il ministro della Difesa, Bezalel Smotrich, e quello della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, le cui parole non hanno lasciato spazio a fraintendimenti: «Ci saranno insediamenti ebraici in tutta Gaza: Gaza è nostra».

Nonostante l'esercito israeliano (IDF) avesse dichiarato un’ampia area del Negev occidentale “zona militare chiusa” in risposta all'annuncio degli organizzatori, la marcia ha comunque raggiunto la barriera di separazione all’altezza di As-Siafa, una cittadina palestinese a nord-ovest di Beit Lahiya, rasa completamente al suolo nei primissimi giorni di guerra. «Vogliamo reinsediarci in tutta la Striscia di Gaza, cominciando dal perimetro settentrionale», urla un uomo, «con l'aiuto di Dio prenderemo tutta la Striscia, perché è nostra, è la nostra Terra d'Israele. Vogliamo costruirla, insediarci lì, sarà la nostra vendetta sui nostri nemici. E questo è solo l'inizio».

Parole che, scortate dalla presenza dei ministri in carica, smettono di essere la mera provocazione di una minoranza estremista per confermarsi il programma politico, imminente, di una parte rilevante del governo israeliano.

Ad ottobre, infatti, si terranno in Israele le prime elezioni dal 7 ottobre 2023. Secondo Yael Agmon Necht, attivista del partito Makom Lekulanu (dall’ebraico "Un posto per tutti noi"), nuovo partito dell’opposizione, «la maggior parte della popolazione in Israele non vede queste persone (i coloni) come “mainstream”. Li considerano molto radicali. Tuttavia, con un governo altrettanto radicale, le cose estremiste sembrano sempre più normali. Per questo le elezioni di ottobre saranno decisive». Così, mentre aumenta la tensione regionale, in Israele monta un’altra battaglia: quella interna delle frange più estremiste del governo e dei coloni, che spingono per “terminare il lavoro” a Gaza e in Cisgiordania prima delle elezioni. A rimanere sullo sfondo sono, ancora una volta, i palestinesi.