In queste ore il presidente americano Donald Trump ha affermato che la guerra contro l’Iran sarebbe “quasi finita”, mentre, proprio grazie a questa volenterosa affermazione (avversata da Israele che vuole invece la guerra fino all’annientamento totale del nemico storico iraniano), i mercati petroliferi tirano un sospiro di sollievo e il prezzo del greggio scende lentamente (anche se non scende al momento alla pompa di benzina, figlia delle solite vergognose speculazioni). Proprio qui sta il punto che non possiamo eludere: l’esito di una guerra può essere condizionata dal prezzo del petrolio? E le vittime innocenti? E i danni materiali, anche alle infrastrutture civili? E l’inquinamento a causa del bombardamento di pozzi di petrolio, petroliere e raffinerie in tutto il Golfo Persico? Solo “danni collaterali”? Inorridiamo solo a pensarlo.

E mentre il presidente americano si fa imporre le mani dagli amici evangelical, che benedicono lui e la sua guerra - ottima mossa promozionale con tanto di scatto in posa per cercare di riguadagnare i voti persi grazie agli Epstein files e fare l’occhiolino al mondo “Maga” arrabbiato per l’ennesima guerra scatenata dal più guerrafondai degli autocandidati al Premio Nobel - lui ogni giorno cambia idea sullo scopo della sua guerra. Anzi della loro guerra, perché è anche di Netanyahu, e anzi forse soprattutto sua.

Il primo criterio con cui valutare un conflitto sono le vite umane. In Iran si contano già centinaia di morti, probabilmente migliaia, tra cui molti civili e bambini. Addirittura intere classi di studentesse uccise nei bombardamenti. Dietro ogni numero c’è un volto, una famiglia, un futuro spezzato per sempre. Per un cristiano – e per ogni persona dotata di coscienza – questa dovrebbe essere la prima domanda: quale giustizia e quale pace può nascere da una montagna di vittime innocenti? Ogni guerra porta risentimento, odio, solitudine.

C’è poi la questione del diritto internazionale, che ormai parrebbe essere stato definitivamente messo in cantina. Mai l’uso della forza non può diventare uno strumento ordinario di politica estera. Se ogni potenza decidesse di colpire militarmente un altro Stato, perché lo ritiene una minaccia o perché teme conseguenze economiche, il mondo precipiterebbe in una legge della giungla. E forse ormai è già precipitata laggiù grazie ai nuovi signori della guerra dotati delle armi più micidialmente efficaci. La pace non si costruisce bombardando e poi dichiarando che l’operazione è stata una “escursione” fuori porta o che si chiuderà presto.

Un’altra domanda riguarda la responsabilità politica. Nella storia recente abbiamo visto più volte che abbattere o destabilizzare un Paese è molto più facile che ricostruirlo. I casi non si contano. Iraq, Libia, Afghanistan da ultimo anche il Venezuela ci insegnano quanto sia illusoria l’idea di “risolvere” un problema con i bombardamenti. Quando le bombe tacciono, restano le vittime, il caos istituzionale, le milizie, la radicalizzazione, i cartelli della droga. E soprattutto un popolo lasciato con meno prospettive di prima.

Per questo preoccupa anche la sensazione di obiettivi continuamente mutevoli: prima la sicurezza internazionale, poi la caduta del regime, poi la difesa delle rotte petrolifere, ora la necessità di calmare i mercati energetici. Una guerra, ingiustificabile già di suo, diventa così una spirale di forza che si autoalimenta con finte giustificazioni.

La dottrina sociale della Chiesa, per come si è sviluppata negli ultimi decenni, dice che non esiste alcuna “guerra giusta” e che mai essa può essere presa in considerazione come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Per questo oggi la vera domanda non è se il conflitto finirà presto o se il petrolio tornerà a prezzi accettabili. La domanda è un’altra: chi si prenderà cura delle ferite che restano? Chi restituirà un futuro a quelle ragazze, a quelle famiglie, a quel popolo, a quei territori feriti a morte? Finché questa risposta non esiste, e non esisterà mai, parlare di “guerra quasi finita” è solo il tentativo penoso di voltare pagina troppo in fretta dopo aver fatto la frittata. E la coscienza del mondo e di noi cittadini di quel mondo non deve permetterlo.