«No alla guerra». Una posizione ferma, chiara, nettissima: è quella assunta dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez contro la decisione dei Governi di Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran, dando inizio a un conflitto che, nel giro di brevissimo tempo, si è esteso a tutta la regione, con un’escalation militare dagli sviluppi allarmanti e imprevedibili. «La posizione della Spagna è la stessa di quella sull’Ucraina e su Gaza. No al fallimento di un diritto internazionale che ci protegge tutti. No a risolvere i conflitti con le bombe», ha dichiarato Sánchez nel suo discorso istituzionale alla Moncloa, la sede della presidenza del Governo a Madrid, rispondendo – senza mai citarlo direttamente - a Donald Trump, che si è infuriato con Madrid per il suo rifiuto di permettere agli Usa di usare le sue basi militari in Andalusia per la guerra contro l’Iran.

L’Europa, ancora una volta, è stata messa da parte dagli Stati Uniti, non interpellata né tantomeno avvertita da Washington in merito alle sue azioni militari internazionali. E, anche in questa situazione, i Paesi dell’Ue non sono riusciti, almeno finora, a trovare una linea comune in politica estera. Francia, Germania e Regno Unito si sono uniti in una dichiarazione congiunta nella quale si sono detti pronti a difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati nel Golfo, se necessario, adottando «azioni difensive» contro l'Iran. E il premier britannico Keir Stamer, sotto la pressione di Trump che aveva criticamente aspramente anche Londra, ha accettato di concedere le basi militari agli Usa, ma ha confermato che il Regno Unito resterà fuori dalla guerra e non parteciperà a interventi diretti.

Nel quadro europeo, la voce di Pedro Sánchez si distingue per la sua determinazione e coerenza. Nessun cedimento davanti a Washington, nessun tentennamento di fronte al ruggito di Trump.

Nel suo discorso alla Moncloa, il premier spagnolo ha ricordato il precedente della guerra in Iraq, nel 2003. «Ventitré anni fa, un’altra amministrazione degli Stati Uniti ci portò in una guerra ingiusta. La guerra in Iraq generò un aumento drastico del terrorismo, una grave crisi migratoria ed economica». Allora, al Governo c’era il Partito popolare, con il premier José Maria Aznar. L’11 marzo del 2004, a tre giorni dalle elezioni generali, Madrid venne colpita da una serie di terribili attentati terroristici che causarono 192 vittime e più di 2mila feriti. Il Governo Aznar accusò subito gli indipendentisti baschi dell’Eta. Ma nel corso dei giorni si rivelò sempre più chiaro che gli attentati avevano una matrice islamista. Il voto del 14 marzo rappresentò una pesante batosta per il Partito popolare e portò il Psoe di José Zapatero alla vittoria.

Sánchez ha sottolineato con forza che il Governo rifiuta il regime degli ayatollah. Ma ha aggiunto: «La domanda è se stiamo dalla parte della legalità internazionale e della pace». Ha chiarito che lavorerà per arrivare a una posizione consensuale all’interno della Ue, ma chiarendo che la Spagna non avrà una posizione subordinata agli Stati Uniti.

Non è la prima volta che Sánchez va allo scontro diretto con Trump. Era già successo nel 2025: quando gli alleati della Nato riuniti all’Aia si sono accordati per portare la spesa annua per la difesa al 5 per cento del Pil entro il 2035, il premier spagnolo ha detto no, ha affermando che il 2,1 per cento è sufficiente e rifiutandosi di togliere fondi al welfare e ad altre priorità per destinarli alla Nato.

Madrid, inoltre, ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina il 28 maggio del 2024, insieme a Irlanda e Norvegia. «Si tratta di una decisione storica con un unico obiettivo: dare il nostro contributo affinché israeliani e palestinesi raggiungano la pace», aveva dichiarato il premier Sánchez.