Mentre l’Italia ospita le Olimpiadi invernali, i vertici dello sport palestinese vengono a Roma per denunciare quello che definiscono “l’impatto dell’aggressione israeliana sul settore sportivo palestinese”. Sia a Gaza che in Cisgiordania.

“Lo sport è un diritto naturale di cui i palestinesi sono provati e questo è ingiusto”, dichiara Jibril Rjoub, presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federazione Calcio Palestinese. Rjoub indossa attorno al collo una kefiah e incontra i giornalisti nella sede della Ambasciata di Palestina a Roma, ospite dell’ambasciatrice Mona Abuamara, seduto davanti a una parete sulla quale sono appese le fotografie di Arafat e di Abu Mazen.

I dati raccolti dalle autorità sportive della Palestina sono impressionanti: fra l’ottobre del 2023 e l’agosto del 2025 i caduti palestinesi del mondo dello sport (il documento li definisce “martiri”) sono 684, appartenenti a 34 federazioni e istituzioni sportive. La maggior parte di vittime (367) si registra fra i membri della federazione calcistica: giocatori, allenatori, arbitri, amministratori, presidenti di club. Si conta anche la morte di 54 Scout e di 31 membri della federazione di karate. Le femmine uccise sono 37. Il 26% delle vittime ha un’età compresa fra i 6 e i 20 anni.

Fra le vittime ci sono nomi di spicco dello sport palestinese, come l’ex calciatore Sulaiman Al-Abeed, soprannominato “il Pelé palestinese”, morto a 41 anni sotto i bombardamenti di Gaza.

I danni alle strutture sono enormi. Decine di stadi, palestre, campi sportivi sono stati ridotti in macerie. Jibfril Rjoub denuncia il particolare la distruzione dello storico stadio di Al-Yarmouk. “Durante il conflitto”, dice Rjoub, “le forze armate israeliane hanno trasformato lo stadio in un campo di detenzione nel quale i palestinesi sono stati sottoposti a trattamenti umilianti in condizioni inumane. La distruzione dello stadio rappresenta non solo la demolizione fisica di una infrastruttura sportiva, ma anche la cancellazione di un’eredità culturale e della memoria collettiva dei palestinesi”.

Il presidente del Comitato Olimpico racconta che il governo israeliano, tramite il ministero della difesa, ha posto il suo veto alla donazione da parte del governo cinese, di erba sintetica per ricostruire i campi da calcio. “A noi è impedito di sentirci felici. Se potessero, gli israeliani ci toglierebbero anche l’ossigeno”, si infervora Rjoub.

Accanto a lui è seduto Ehab Abu Jazar, ex calciatore e allenatore della Nazionale maschile di calcio palestinese. Domani sarà premiato da Renzo Ulivieri, presidente della (AIAC), Associazione italiana allenatori calcio, con la “Panchina speciale AIAC 2025” “Noi viviamo la situazione di tutti i palestinesi”, spiega Abu Jazar, “e per noi è difficile giocare con calciatori che hanno dovuto affrontare tante sofferenze. A volte entriamo in campo con gli occhi ancora pieni di immagini strazianti. È dura, ma non ci possiamo fermare, altrimenti l’occupante raggiunge i suoi obiettivi. Il nostro popolo vuole essere felice, vogliamo un campionato regolare”.

Valerie Tarazi, nuotatrice (ha rappresentato la Palestina alle Olimpiadi di Parigi del 2024), nata negli Stati Uniti da una famiglia cristiano ortodossa originaria di Gaza, spiega che da atleta non ha gradito i fischi alla squadra israeliana presente alle Olimpiadi di Milano Cortina. “I fischi sono contrari allo spirito olimpico e nessun atleta deve essere fischiato”, dice, aggiungendo che non ha nessun problema a gareggiare, come già le è capitato, in competizioni con atleti di Israele. Tarazi però sottolinea che “praticare uno sport fa parte dei diritti umani fondamentali e questo diritto in Palestina oggi non può essere esercitato”.