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Non si può ancora celebrare la fine della guerra scatenata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ma almeno si è evitata la terribile e imprevedibile escalation che per tutta la giornata di martedì 7 aprile ha tenuto il mondo con il fiato sospeso.
Donald Trump ha accettato di rinviare di due settimane la sua minaccia di annientare l'Iran. Poco più di un'ora prima della scadenza del suo ultimatum, il presidente americano ha dichiarato di essere disposto a un cessate il fuoco se Teheran avesse riaperto «completamente» lo Stretto di Ormuz.
L'Iran accetta di riaprire lo Stretto di Ormuz se cesseranno gli attacchi statunitensi e israeliani, ha annunciato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghtchi.
Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di dialogare “di persona” con l'Iran, ha dichiarato martedì la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, mentre sarebbero previsti colloqui tra le due parti a partire da venerdì a Islamabad, in Pakistan. L'Iran ha accettato di negoziare con gli Stati Uniti, precisando tuttavia che “ciò non significa la fine della guerra”.
Nei colloqui che dovrebbero iniziare venerdì a Islamabad, con la mediazione del primo ministro pakistano, Teheran metterà sul tavolo la sua proposta, che prevede tra l’altro la revoca delle sanzioni, la creazione di un fondo per le vittime di guerra, un possibile ritiro delle truppe statunitensi dal Golfo e il riconoscimento del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio in cambio dell’impegno a non costruire armi nucleari. Non è chiaro se gli Stati Uniti abbiano accettato qualcuna di queste proposte.
Il cessate il fuoco di due settimane «non riguarda il Libano», ha affermato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, su X, mentre Israele ha dichiarato di sostenere la decisione statunitense di sospendere gli attacchi contro l’Iran.
Il primo a rallegrarsi per la tregua raggiunta è il primo ministro del Pakistan, Shebaz Sharif, che su X ha annunciato: “Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato in ogni luogo, compreso il Libano e altrove, CON EFFETTO IMMEDIATO.
Accolgo con grande favore questo saggio gesto ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per negoziare ulteriormente un accordo definitivo volto a risolvere tutte le controversie.
Entrambe le parti hanno dato prova di notevole saggezza e comprensione e hanno continuato a impegnarsi in modo costruttivo per promuovere la causa della pace e della stabilità. Speriamo vivamente che i "Colloqui di Islamabad" riescano a raggiungere una pace sostenibile e desideriamo condividere altre buone notizie nei prossimi giorni!”.
A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum, il primo ministro Sharif aveva pubblicato un altro post sulla piattaforma social X affermando: «Gli sforzi diplomatici per una risoluzione pacifica del conflitto in corso in Medio Oriente stanno procedendo in modo costante, deciso e incisivo, con la possibilità di portare a risultati concreti nel prossimo futuro. Per consentire alla diplomazia di seguire il suo corso, chiedo vivamente al presidente Trump di prorogare il termine di due settimane”.
Poco dopo, Trump ha pubblicato un post sulla sua piattaforma Truth Social per comunicare di aver parlato con il primo ministro Shehbaz e con il capo delle forze armate e capo di Stato Maggiore dell'esercito, Asim Munir.
Non deve sorprendere che il Pakistan stia giocando un ruolo decisivo nella ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto scatenato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Il Pakistan è un grande paese musulmano (250 milioni di abitanti) ed è anche l’unico paese islamico che possiede un arsenale nucleare. Inoltre il Pakistan è in una posizione strategica. Lo separa dall’Iran una frontiera di circa 900 chilometri, mentre gli altri vicini sono l’Afghanistan e colossi come l’India e la Cina.
Inoltre in questi ultimi anni le autorità pakistane hanno stretto alleanze strategiche.
Il 17 settembre 2025, il Pakistan e l'Arabia Saudita hanno firmato a Riyadh un accordo storico di difesa reciproca strategica, che segna un notevole rafforzamento delle loro relazioni in materia di sicurezza. L'accordo tra l’altro stabilisce che qualsiasi atto di aggressione contro uno dei due paesi sarà considerato un atto di aggressione contro entrambi.
Si è poi creato un rapporto di fiducia molto stretto fra Donald Trump e il capo dell'esercito pakistano, il generale Asim Munir. In diverse occasioni nel corso dell’anno, Trump ha descritto Munir come «un grande combattente», «una figura di grande rilievo» e «un essere umano eccezionale». Dopo il loro primo incontro a giugno, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di essere «onorato» di aver incontrato il capo delle forze armate pakistane.
Da notare che il Pakistan sta esercitando il suo ruolo di mediatore nel momento in cui si trova impegnato a gestire due conflitti: quello con i Talebani afghani e quello storico con l’India. “Credo che il Pakistan stia cercando di sfruttare le sue diverse relazioni per acquisire una maggiore influenza geopolitica. Allo stesso tempo, ciò non cambia il fatto che il Paese sia coinvolto in un conflitto in corso su uno dei suoi confini, un conflitto che potrebbe riaccendersi da un momento all’altro al confine con l’India, e che debba affrontare problemi di sicurezza interna piuttosto gravi. Quindi, da un lato, questo è un momento importante per il Pakistan. Ma non cambia nulla, dal punto di vista strutturale, rispetto a ciò che il Paese sta attualmente affrontando”, ha osservato in un’intervista Paul Staniland, ricercatore al Chicago Council per gli Affari Globali.
Una mossa importante del Pakistan, che si è mosso insieme a Turchia, Egitto ed Arabia Saudita, è stata quella di coinvolgere nella mediazione anche la Cina. I due paesi asiatici celebrano quest’anno il 75° anniversario dell’avvio delle loro relazioni diplomatiche e il 31 marzo il vice primo ministro e ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar ha incontrato a Pechino il suo omologo cinese Wang Yi.
La Cina e il Pakistan hanno lanciato congiuntamente un’iniziativa di pace in cinque punti volta a porre fine alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nel documento è interessante e raro, di questi tempi, il richiamo al ruolo delle Nazioni Unite: “Il primato della Carta delle Nazioni Unite. La Cina e il Pakistan invitano a impegnarsi per mettere in pratica un vero multilateralismo, rafforzare congiuntamente il primato dell’ONU e sostenere la conclusione di un accordo volto a istituire un quadro di pace globale e a realizzare una pace duratura sulla base degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”.
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