Non deve sorprendere che il Pakistan stia giocando un ruolo decisivo nella ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto scatenato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Il Pakistan è un grande paese musulmano (250 milioni di abitanti) ed è anche l’unico paese islamico che possiede un arsenale nucleare. Inoltre il Pakistan è in una posizione strategica. Lo separa dall’Iran una frontiera di circa 900 chilometri, mentre gli altri vicini sono l’Afghanistan e colossi come l’India e la Cina.

Inoltre in questi ultimi anni le autorità pakistane hanno stretto alleanze strategiche.

Il 17 settembre 2025, il Pakistan e l'Arabia Saudita hanno firmato a Riyadh un accordo storico di difesa reciproca strategica (SMDA), che segna un notevole rafforzamento delle loro relazioni in materia di sicurezza. L'accordo tra l’altro stabilisce che qualsiasi atto di aggressione contro uno dei due paesi sarà considerato un atto di aggressione contro entrambi.

Si è poi creato un rapporto di fiducia molto stretto fra Donald Trump e il capo dell'esercito pakistano, il generale Asim Munir. In diverse occasioni nel corso dell’anno, Trump ha descritto Munir come «un grande combattente», «una figura di grande rilievo» e «un essere umano eccezionale». Dopo il loro primo incontro a giugno, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di essere «onorato» di aver incontrato il capo delle forze armate pakistane.

Da notare che il Pakistan sta esercitando il suo ruolo di mediatore nel momento in cui si trova impegnato a gestire due conflitti: quello con i Talebani afghani e quello storico con l’India. “Credo che il Pakistan stia cercando di sfruttare le sue diverse relazioni per acquisire una maggiore influenza geopolitica. Allo stesso tempo, ciò non cambia il fatto che il Paese sia coinvolto in un conflitto in corso su uno dei suoi confini, un conflitto che potrebbe riaccendersi da un momento all’altro al confine con l’India, e che debba affrontare problemi di sicurezza interna piuttosto gravi. Quindi, da un lato, questo è un momento importante per il Pakistan. Ma non cambia nulla, dal punto di vista strutturale, rispetto a ciò che il Paese sta attualmente affrontando”, ha osservato in un’intervista Paul Staniland, ricercatore al Chicago Council per gli Affari Globali.

Una mossa importante del Pakistan, che si è mosso insieme a Turchia, Egitto ed Arabia Saudita, è stata quella di coinvolgere nella mediazione anche la Cina. I due paesi asiatici celebrano quest’anno il 75° anniversario dell’avvio delle loro relazioni diplomatiche e il 31 marzo il vice primo ministro e ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar ha incontrato a Pechino il suo omologo cinese Wang Yi.

La Cina e il Pakistan hanno lanciato congiuntamente un’iniziativa di pace in cinque punti volta a porre fine alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nel documento è interessante e raro, di questi tempi, il richiamo al ruolo delle Nazioni Unite: “Il primato della Carta delle Nazioni Unite. La Cina e il Pakistan invitano a impegnarsi per mettere in pratica un vero multilateralismo, rafforzare congiuntamente il primato dell’ONU e sostenere la conclusione di un accordo volto a istituire un quadro di pace globale e a realizzare una pace duratura sulla base degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”.

In queste ultime ore l'ambasciatore iraniano in Pakistan ha affermato che l'impegno diplomatico di Islamabad per fermare la guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran sta entrando in una fase decisiva. In un post pubblicato martedì su X, Reza Amiri Moghadam ha definito gli sforzi del Pakistan “positivi e produttivi”, aggiungendo che i colloqui si stanno ora avvicinando a una fase “critica e delicata”.