Gli abusi degli agenti dell’ICE contro i migranti nelle città americane, la devastazione di Gaza, i sanguinosi raid della polizia brasiliana nelle favelas, le rivolte dei giovani della Z generation in Nepal e in Madagascar, le donne violate nei loro diritti, gli incendi devastanti di Los Angeles, un allegro matrimonio filippino in una chiesa alluvionata. Sono alcuni dei temi colti dagli obiettivi dei fotografi finalisti del concorso internazionale di fotogiornalismo World Press Photo.

I 42 progetti vincitori dell’edizione 2026 sono stati selezionati da una giuria indipendente tra 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi. Fino al 29 giugno le foto prescelte sono presentate in anteprima nazionale a Palazzo Esposizioni.

Sono presentate storie familiari, momenti ed eventi che hanno fatto notizia, così come storie rimaste inedite o poco raccontate. Le fotografie oscillano tra prospettive globali e punti di vista profondamente personali e intimi, offrendo una comprensione stratificata del mondo in cui viviamo.

La Foto dell’anno è firmata dalla fotografa statunitense Carol Guzy con lo scatto Separati dall’ICE, realizzato per il quotidiano della Florida Miami Herald.

La fotografia, realizzata all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York il 26 agosto 2025, documenta il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano, viene fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo un’udienza presso il tribunale per l’immigrazione. Le figlie sconvolte di Luis si aggrappano al padre mentre viene arrestato. L’uomo era l’unico sostegno economico per la moglie Cocha e i loro tre figli, di 7, 13 e 15 anni, che si sono ritrovati ad affrontare immediate difficoltà economiche e un profondo trauma emotivo. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede. La direttrice esecutiva del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury, ha dichiarato: “ Questa immagine mostra il dolore inconsolabile di bambini che perdono il padre in un luogo costruito per la giustizia. È una testimonianza cruda e necessaria della separazione familiare in seguito alle politiche di riforma degli Stati Uniti. In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente.”

Insieme alla foto vincitrice, sono stati selezionati i due progetti finalisti. La foto Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin, (EPA Images), scattata il 27 luglio 2025, mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti umanitari nel tentativo di procurarsi della farina. Il camion è entrato nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Zikim, durante quella che l’esercito israeliano ha definito una “sospensione tattica” delle operazioni per consentire il passaggio degli aiuti.

Il secondo finalista è Victor J. Blue con lo scatto I processi delle donne Achi per The New York Times Magazine.

Per oltre quarant’anni, un gruppo di donne indigene Maya Achi di Rabinal ha continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate, talvolta come vicine di casa. La guerra civile in Guatemala ha portato al genocidio di migliaia di persone Maya Achi per mano dell’esercito e di forze paramilitari locali sostenute dallo Stato, che hanno utilizzato la violenza sessuale come arma sistematica per sottomettere le comunità indigene. Nel 2011, 36 donne hanno rotto il silenzio, avviando e vincendo una battaglia legale durata 14 anni contro i loro aggressori. La loro resilienza collettiva sta trasformando un’eredità di impunità legata alla guerra in una storica conquista di giustizia.

Tra i vincitori anche Chantal Pinzi, unica fotografa italiana tra i premiati quest’anno, che ha conquistato il premio nella categoria Stories per la regione Africa. Il suo progetto, ‘Farīsāt: Gunpowder’s Daughters’, racconta di un gruppo di donne in Marocco che partecipano alla Tbourida, una storica tradizione equestre patriarcale. Per secoli, la Tbourida è stata un'attività esclusivamente maschile, ma le cavallerizze hanno lottato costantemente per l'inclusione da quando la riforma del codice di famiglia marocchino ha rafforzato i diritti legali delle donne.