Seicentocinquanta: più o meno 160 al mese. Questo il numero delle esecuzioni capitali eseguite in Iran dall’inizio dell’anno. Quelle pubbliche, in piazza, col popolo che assiste e plaude gridando al grande Allah. Non si contano le “accidentali”, o quelle segrete nelle galere tristemente note di Evin.

Sono quasi tutti i ragazzi, colpevoli di aver manifestato quando ci si illudeva che l’Occidente, americani in testa, potesse aiutarli a rovesciare un regime che opprime ogni libertà, che costringe all’ignoranza e alla miseria. Molti sono stati condannati per «inimicizia contro Dio», o «corruzione sulla terra», capi di imputazione vaghi e sconvolgenti, inaccettabili per la nostra ragione. Senza un avvocato e senza processo, seppure è pensabile in qualsivoglia dittatura aver diritto a un processo equo. Prima delle impiccagioni, il carcere e le torture fisiche e psicologiche. Dopo le impiccagioni, la sparizione dei corpi, che non vengono consegnati alle famiglie.

Da quando è scoppiata la guerra, che doveva risolversi in pochi giorni secondo le grottesche intenzioni del presidente Usa, le esecuzioni capitali sono aumentate, nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale. Oltre alle vittime dei bombardamenti, oltre alle conseguenze devastanti nell’economia globale, oltre all’odio che ostacola ogni possibile pacificazione reale, c’è il martirio solitario e trascurato degli attivisti, dei coraggiosi che hanno osato il tutto per tutto, la vita in cambio della libertà di esprimersi.

È proprio vero che tutto è perduto con la guerra. Ed è anche vero che le esecuzioni capitali, per di più utilizzate come arma politica per reprimere il dissenso, sono abituali in molti Paesi con cui intratteniamo solidi rapporti diplomatici. Oltre a Paesi dove si praticano metodi anche meno plateali e più spicci, il polonio, una caduta imprevista da un terrazzo, lavori forzati a vita, giornalisti tagliati a pezzi, chiese incendiate con dentro cristiani in preghiera. La chiamano realpolitik. Però il realismo e la stanchezza per una guerra che pesa sul nostro quotidiano, ma non ci tocca direttamente, non può farci scordare la tragedia di un popolo che non ha futuro: con un ennesimo accordo, forse si apriranno gli stretti, si muoverà il greggio, ma le donne saranno ancora obbligate al velo, ai controlli della polizia morale, le comunicazioni spiate o negate, le torture e le impiccagioni scontate.

Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace nel 2023, detenuta per anni e di nuovo dallo scorso dicembre, è in ospedale, con gravissimi problemi cardiaci. È una lottatrice, ma decenni di lotte ti sfiancano e le percosse, le cure inesistenti hanno stroncato la sua tenacia. Ha speso la sua vita per i diritti delle donne, contro la pena di morte, la tortura. Se sei iraniano e dissidente, non basta neppure il Nobel a salvarti la vita. Non dimentichiamola. Non dimentichiamo – nelle manifestazioni contro le invasioni, le occupazioni e le bombe degli uni – che gli altri restano criminali, sostenuti e foraggiati da autocrati che non possiamo fingere di non riconoscere o, peggio, giustificare.