«Se c’è ancora una speranza è anche grazie alla diplomazia vaticana, che lavora silenziosamente». Ne è convinto lo sceicco Muhammad Ali Al-Hajj Al-Amili, imam sciita del Centro Al-Khoei, a Parigi, dove si è dovuto trasferire per motivi di sicurezza. Obiettivo sensibile per le sue critiche a quella che lui definisce «la narrativa filo iraniana di Hezbollah». Prima di incontrare il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ripensa al viaggio di papa Leone in Libano, quasi un anno fa, e sottolinea che è stato «molto importante. Per noi non era una visita esclusivamente rivolta ai cristiani. Ha avuto un significato molto più ampio per tutto il Paese. Sia con l’attuale papa che con papa Francesco è cresciuta una considerazione molto positiva dei musulmani nei confronti dei valori cristiani».

Serve il dialogo interreligioso?

«Non è solo una scelta, è una necessità se l’umanità vuole prosperare e vivere in pace. Il dialogo va rafforzato perché è l’unica garanzia non soltanto di una convivenza armoniosa, ma anche di uno sviluppo dei popoli».

Spesso però le religioni vengono usate per giustificare le guerre.

«È vero. Credo che stia accadendo questo: i credenti, che siano musulmani, cristiani, ebrei, vanno a scemare. La fede occupa un posto sempre meno prevalente nella vita degli esseri umani. Ma, mentre scema la fede, aumenta il numero di coloro che si dicono cristiani o musulmani o ebrei come espressione politica. Quella alla religione diventa così una appartenenza ideologica più che spirituale. Questo è un grosso rischio».

Torniamo alla situazione nel Sud del Libano. L’occupazione israeliana sta creando diffidenza e paura tre le comunità cristiane e musulmane?

«In realtà, in alcune aree, i rapporti tra gli sciiti e i cristiani sono migliorati. A livello nazionale la situazione è diversa. Però laddove le comunità cristiane hanno accolto gli sfollati si sono create alleanze e solidarietà. E non solo tra cristiani e sciiti. In questo periodo stanno aumentando anche i matrimoni tra persone di fedi diverse o anche, all’interno dell’islam, tra sciiti e sunniti. Come imam ricevo molte domande sulla Shari’a, cioè sulla legge, su cosa è lecito fare. Molti genitori mi chiedono se il figlio sciita può sposare una sunnita o se può farlo la figlia, se possono sposare un cristiano o una cristiana e quali sono le norme che regolano tutto questo. La verità è che la popolazione vuole tornare nei propri villaggi, vivere in pace».

La maggioranza è dunque a favore dei colloqui di pace con Israele?

«Certo, vogliono tornare a vivere in pace. Il problema si pone con quella parte di comunità sciita che supporta Hezbollah. A livello nazionale è una minoranza, in realtà, ma ha ancora un forte potere politico nel Sud del Libano».

L’occupazione israeliana rafforza Hezbollah?

«Militarmente Israele ha indebolito Hezbollah, sul piano del sostegno popolare la situazione non è chiara. Ci sono due strade che si stanno aprendo e la situazione è molto in bilico tra un indebolimento e un rafforzamento. Io temo questa seconda opzione, anche se la maggior parte del popolo libanese crede di no. Personalmente resto convinto che c’è un unico modo per indebolire Hezbollah, ed è rafforzare lo Stato libanese. Ma lo Stato libanese per rafforzarsi non deve attaccare direttamente Hezbollah, altrimenti ottiene l’effetto contrario, vale a dire quello di rafforzare il suo consenso popolare».

Cosa fare in questo contesto?

«Rendersi conto che ci sono due grandi bugiardi sulla scena politica libanese. Due menzogneri e un’unica bugia. Il primo è proprio Hezbollah, che dice di avere molte più armi di quelle che ha. Il secondo bugiardo è Israele, che dice che Hezbollah è pieno di armi per legittimare il proseguimento di una guerra contro di lui. La cosa amara è proprio che entrambi, per legittimare le proprie azioni, portano avanti la stessa menzogna. Per smascherarla allora non si dovrebbe partire dal tema del disarmo. Le armi rimaste oggi in mano al partito non sono una questione centrale. Sono così poche che non sono in grado di proteggerlo, soprattutto considerando il grande sviluppo tecnologico di Israele. Io li sfiderei a combattere contro Israele sapendo che non sono in grado di farlo e li costringerei, dunque a svelare il bluff e a entrare nel gioco politico al pari di tutti gli altri attori. Hezbollah gioca sul sensazionalismo e continua a dire che ha in serbo delle sorprese che tirerà fuori al momento opportuno. Ma queste sorprese no nci sono. Costringerlo a venire allo scoperto indebolirebbe certamente il consenso del suo elettorato»

Crede che si possa arrivare a una pace con l’integrità del territorio libanese?

«Non nel breve periodo. Oggi il Sud del Libano è diventato un terreno di scontro tra Israele, Stati Uniti e Iran. È di nuovo un luogo per un confronto di altri. Questo complica molto le cose. Ci vorrà tempo per arrivare a una pace e a un ritiro. Intanto è importante l’azione di Unifil. È vero che è in scadenza, ma si stanno preparando altre missioni. Magari si chiameranno in altro modo, ma sono necessarie. E intanto Israele non deve fare l’errore di bruciarsi i rapporti con i libanesi. Adesso una buona parte della popolazione è d’accordo con i colloqui di pace, ma se Israele continua con questa modalità di occupazione la percentuale di chi è favorevole alla pace andrà a diminuire».