Certe coincidenze sembrano scritte da uno sceneggiatore con il gusto per il grottesco. Più o meno nelle stesse ore in cui il marito ordinava un attacco contro l’Iran, Melania Trump entrava nella storia. Non come first lady elegante e silenziosa — ruolo nel quale eccelle anche in virtù del suo passato di top model — ma come prima First Lady a presiedere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Da una parte i caccia che decollano, dall’altra la moglie del comandante in capo che apre una seduta dedicata ai bambini vittime delle guerre e alle nuove tecnologie nei conflitti armati. Melania prende la parola con tono solenne: «Il mio cuore addolorato è con le famiglie che hanno perso i loro eroi che hanno sacrificato le loro vite per la libertà. Il coraggio e la dedizione saranno sempre ricordati. Estendo i miei sinceri auguri a tutti quelli che sono ricoverati e a coloro che hanno riportato ferite. Siete nei miei pensieri e nelle mie preghiere. Gli Stati Uniti sono al fianco di tutti i bambini nel mondo».

Peccato che, secondo le notizie arrivate dal Golfo, pochi giorni prima — il 28 febbraio — i cacciabombardieri americani avessero centrato una scuola di Teheran. Tra le vittime, raccontano le cronache, centinaia di bambine tra i sette e i dodici anni. Mentre Melania prendeva posto sulla poltrona della presidenza, nei corridoi dell’ONU non si parlava d’altro.

epa12790706 US First Lady Melania Trump (C) presides over a UN Security Council meeting in New York, New York, USA, 02 March 2026. EPA/OLGA FEDOROVA
epa12790706 US First Lady Melania Trump (C) presides over a UN Security Council meeting in New York, New York, USA, 02 March 2026. EPA/OLGA FEDOROVA
Melania Trump durante la sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. (EPA)

L’escalation militare dopo i raid di Stati Uniti e Israele contro l’Iran continuava a produrre vittime, tensioni, allarmi. Ma dentro la sala del Consiglio di Sicurezza si celebrava la liturgia diplomatica: discorsi compassati, parole misurate, applausi cortesi. Naturalmente Melania non è Eleanor Roosevelt. Quest’ultima non si limitò a presiedere riunioni o a leggere dichiarazioni preparate da altri: fu una delle protagoniste della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall’ONU il 10 dicembre 1948. Una signora che aveva capito come la politica internazionale potesse diventare anche coscienza morale. Melania rappresenta qualcosa di diverso. Più che un simbolo universale, sembra l’estensione domestica della presidenza Trump: una sorta di versione familista della Casa Bianca, dove il potere si esercita anche in famiglia e, quando serve, si esporta persino nella sala più importante del diritto internazionale, che per questo motivo subisce un ulteriore svilimento, declassata a dependance. C’è poi un’altra spiegazione possibile, meno solenne e più hollywoodiana. L’apparizione alle Nazioni Unite potrebbe servire a rimettere in piedi l’immagine pubblica della First Lady dopo il clamoroso flop del documentario dedicato a lei. Donald Trump lo aveva annunciato come il blockbuster della stagione: «Affrettatevi a prendere i biglietti», aveva scritto sui social con l’entusiasmo di un impresario teatrale. Peccato che al cinema, per vedere la storia dell’algida Melania non si sia presentato quasi nessuno. Così, mentre i bombardieri scrivevano una pagina di cronaca e l’ONU cercava di salvare almeno le apparenze, la First Lady ha trovato un modo per entrare nella storia. Anche se non è ancora chiaro se quella storia sia diplomatica o cinematografica.

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