La morte di Ratko Mladić non chiude la guerra di Bosnia. Semmai riapre il dovere della memoria. Comandante dell’esercito serbo-bosniaco, Mladić è morto nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il suo nome resta legato soprattutto all’assedio di Sarajevo e al massacro di Srebrenica: nel luglio 1995 più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle donne, uccisi e gettati nelle fosse comuni.

La dissoluzione della Jugoslavia riportò la guerra nel cuore dell’Europa. Città assediate, villaggi incendiati, campi di prigionia, deportazioni, stupri usati come arma, pulizia etnica, cecchini contro i civili. Sarajevo rimase sotto assedio per 43 mesi e vi morirono circa diecimila persone. L’Europa, che dopo Auschwitz aveva promesso “mai più”, vide tornare fili spinati e fosse comuni a poche ore dalle nostre coste. Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dall’Onu, divenne il simbolo tragico dell’impotenza e delle responsabilità internazionali.

Ma quegli anni non furono soltanto il tempo dell’inerzia dei governi. Furono anche una straordinaria stagione di mobilitazione civile. In Italia nacquero coordinamenti, comitati locali, reti di accoglienza per i profughi e carovane di aiuti. Arci, Acli, Associazione per la pace, Pax Christi e Beati i costruttori di pace si affiancarono a molte realtà territoriali. Non si raccoglievano soltanto viveri e medicinali. Si tentava una diplomazia dal basso: mantenere relazioni oltre i fronti, sostenere chi rifiutava l’odio etnico, entrare disarmati nei luoghi in cui la politica sembrava non avere più parole.

Fu questo lo spirito della marcia dei cinquecento a Sarajevo. Partimmo da Ancona il 7 dicembre 1992 sulla motonave Liburnija. Dopo la tempesta nell’Adriatico, i posti di blocco, il freddo e trattative estenuanti, entrammo nella città assediata la sera dell’11 dicembre. Il giorno seguente incontrammo la popolazione e i rappresentanti religiosi; tornammo ad Ancona il 13. Con noi c’erano monsignor Luigi Bettazzi e don Tonino Bello, presidente di Pax Christi. Don Tonino portava già nel corpo i segni del male che lo avrebbe condotto alla morte il 20 aprile successivo. Eppure era lui a infondere coraggio.

epa10739022 A Bosnian Muslim woman reacts during a funeral ceremony for thirty newly-identified Bosnian Muslim victims, at the Potocari Memorial Center and Cemetery, in Srebrenica, Bosnia and Herzegovina, 11 July 2023. The burial was part of a memorial ceremony to mark the 28th anniversary of the Srebrenica genocide, considered the worst atrocity of Bosnia's 1992-95 war. More than 8,000 Muslim men and boys were executed in the 1995 killing spree after Bosnian Serb forces overran the town. EPA/FEHIM DEMIR
epa10739022 A Bosnian Muslim woman reacts during a funeral ceremony for thirty newly-identified Bosnian Muslim victims, at the Potocari Memorial Center and Cemetery, in Srebrenica, Bosnia and Herzegovina, 11 July 2023. The burial was part of a memorial ceremony to mark the 28th anniversary of the Srebrenica genocide, considered the worst atrocity of Bosnia's 1992-95 war. More than 8,000 Muslim men and boys were executed in the 1995 killing spree after Bosnian Serb forces overran the town. EPA/FEHIM DEMIR
Una donna bosniaca reagisce durante una cerimonia funebre per trenta vittime bosniache recentemente identificate, presso il Centro commemorativo e cimitero di Potocari, a Srebrenica, Bosnia ed Erzegovina, l'11 luglio 2023. La sepoltura faceva parte di una cerimonia commemorativa per il 28° anniversario del genocidio di Srebrenica, considerato la peggiore atrocità della guerra in Bosnia del 1992-95. Più di 8.000 uomini e ragazzi musulmani furono giustiziati nella strage del 1995, dopo che le forze serbo-bosniache occuparono la città. EPA/FEHIM DEMIR (EPA)

Non fermammo la guerra. Per qualche ora, però, il fuoco diminuì e cinquecento persone inermi dimostrarono che si poteva attraversare un fronte senza aggiungere armi alle armi. Nel cinema gelido di Sarajevo don Tonino parlò di quella presenza come di una «Onu rovesciata» e ci consegnò una frase divenuta eredità: «La pace va osata». Il valore di quel viaggio fu soprattutto simbolico, ma non per questo irreale. Per chi viveva sotto le bombe, vedere arrivare persone comuni significava sapere di non essere stato dimenticato.

Mladić al processo per genocidio al tribunale dell'Aia

Nell’agosto 1993 provammo a ripetere e ampliare l’impresa con Mir Sada, “Pace ora”: oltre duemila persone di diversi Paesi tentarono di raggiungere Sarajevo praticando l’interposizione nonviolenta e la diplomazia popolare. Questa volta l’obiettivo non fu raggiunto e la marcia ripiegò verso Mostar, tra difficoltà e discussioni. Anch’io conobbi da vicino l’arbitrio della guerra: alcuni militari in mimetica ci affrontarono con i kalashnikov puntati e si fecero consegnare la mia automobile. Un episodio minimo rispetto alle sofferenze della popolazione, ma sufficiente a mostrare come, in guerra, il diritto possa dissolversi davanti a un’arma.

Quella stagione non fu priva di ingenuità, errori e contraddizioni. Sarebbe però ingiusto liquidarla come testimonianza inefficace. La società civile seppe trasformare l’indignazione in presenza, l’aiuto in relazione, il pacifismo in azione concreta. Non delegò interamente la pace ai governi e agli eserciti; si assunse il rischio di stare accanto alle vittime e costruire ponti mentre altri distruggevano città.

Mladić muore in carcere, ma non muore la cultura che rende possibile la disumanizzazione del nemico. Per questo la memoria dei Balcani deve custodire anche l’altra storia: quella di migliaia di cittadini che scelsero di non essere spettatori. Non vinsero la guerra, ma salvarono legami, coscienze e possibilità di convivenza. Ricordano ancora oggi all’Europa che la pace non è attesa passiva: è organizzazione, responsabilità, presenza. E, talvolta, è il coraggio apparentemente folle di mettersi in cammino disarmati.