Ci sono notizie che non si limitano a raccontare il presente, ma spalancano improvvisamente un baratro nel passato, costringendoci a guardare dentro ciò che speravamo sepolto. La decisione del governo serbo di concedere i funerali di Stato a Ratko Mladić, il «boia di Srebrenica», il generale che guidò l’esercito dei serbi bosniaci attraverso il sangue dei Balcani negli anni Novanta, appartiene a questa categoria. È un atto che oltrepassa la cronaca politica per toccare la corda tesa della responsabilità morale e storica di una nazione.

Per chi ha percorso le strade polverose della Bosnia, per chi ha ascoltato il silenzio irreale della valle di Potočari, dove oltre ottomila lapidi bianche testimoniano la carneficina di uomini e ragazzi musulmani nel luglio del 1995, questa decisione risuona come uno schiaffo alla memoria. Mladić non era un soldato qualunque. Era l’uomo che prometteva caramelle ai bambini di Srebrenica prima di inviare i loro padri di fronte alle fosse comuni. Era il comandante che per quasi quattro anni ha tenuto sotto assedio Sarajevo, trasformando una città di cultura e convivenza in un mattatoio a cielo aperto sotto il tiro dei cecchini.

Condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, Mladić ha chiuso i suoi giorni lontani dalla sua terra, ma mai lontani dal cuore del nazionalismo più cupo.

La tentazione dell'oblio e la fabbrica degli eroi

Scegliere di tributargli gli onori di Stato significa compiere un'operazione politica precisa e dolorosa. Sotto la guida del presidente Aleksandar Vučić, la Serbia moderna tenta da anni un equilibrismo ambiguo: da una parte lo sguardo rivolto a Bruxelles per l'integrazione europea, dall'altra il richiamo identitario e patriottico che non ha mai fatto davvero i conti con le atrocità compiute in nome del proprio popolo.

Attualità

Srebrenica, la memoria insanguinata

Srebrenica, la memoria insanguinata
Srebrenica, la memoria insanguinata

Nelle strade di Belgrado, il volto di Mladić non è mai scomparso. Sulle facciate dei palazzi del quartiere di Vračar, i murales che lo ritraggono in divisa sono stati difesi da gruppi ultranazionalisti e tollerati dalle autorità, regolarmente ripuliti ogni volta che una mano coraggiosa provava a cancellarli con la vernice. Organizzare i funerali di Stato significa trasformare quella tolleranza in un'apologia istituzionale. È il tentativo di riabilitare la figura di un uomo che la giustizia internazionale ha bollato con il marchio dell'infamia, elevandolo di fatto a martire della patria.

La ferita aperta della riconciliazione

Dal punto di vista etico questa scelta segna un regresso profondo per il processo di pace nei Balcani. La vera riconciliazione non nasce dal silenzio sulle colpe, né tantomeno dalla "santificazione di Stato” dei carnefici. Richiede la capacità di chiedere perdono, di guardare negli occhi il dolore dell'altro e di riconoscere la dignità di ogni vita umana spezzata.

Quando uno Stato decide di avvolgere nel proprio tricolore la bara di chi si è macchiato di genocidio, invia un messaggio devastante alle giovani generazioni: che la forza bruta può essere giustificata, che il massacro degli innocenti è perdonabile se compiuto sotto la bandiera del tribalismo etnico, e che la giustizia degli uomini è un intralcio trascurabile di fronte all'orgoglio nazionale.

Cultura e spettacoli

Un premio per i giovani di Srebrenica

Un premio per i giovani di Srebrenica
Un premio per i giovani di Srebrenica

Le vittime di Srebrenica e Sarajevo muoiono così una seconda volta, soffocate sotto il peso di una retorica di Stato che preferisce la mitologia del massacratore alla verità della storia. Finché i fantasmi del passato continueranno a essere celebrati con i picchetti d'onore invece di essere affrontati con la penitenza e il ricordo dignitoso, il futuro della regione rimarrà ostaggio delle sue peggiori tragedie.