PHOTO
Quando gli accordi di Dayton nel dicembre 1995 misero fine al sanguinoso conflitto nei Balcani, non si trattava solo di una resa tra due Paesi in guerra, la Federazione serba e la Bosnia Erzegovina. Gli anni del conflitto erano stati segnati anche da crimini orrendi. Civili bersagliati volutamente dai cecchini nel lungo assedio di Sarajevo (12 mila morti e oltre 50 mila feriti e mutilati in 43 mesi di drammatici bombardamenti e attentati ai danni della popolazione inerme), villaggi dati alle fiamme con tutti i loro abitanti, stupri etnici, campi di concentramento.


E quello che sin da subito era apparso come un genocidio, ma che solo diversi anni più tardi fu riconosciuto ufficialmente come tale dalla giustizia internazionale: il massacro di Srebrenica, un enclave musulmana in territorio serbo e questo “protetta” dall’Onu . Oltre 8 mila uomini musulmani furono rastrellati in pochi giorni nel luglio 1995, falciati e sepolti in fosse comuni sotto lo sguardo impotente, ma anche un po’ complice, del contingente ONU.
Dietro tutto questo orrore c’era il comando militare di un uomo: il generale Ratko Mladić.


Che quindi non doveva rispondere alla storia e alla giustizia solo in quanto generale di un esercito in guerra, ma come autore di crimini contro l’umanità. E il «prode» generale, che ancora godeva di seguito e favori nella madre patria, nelle Forze armate serbe, nei servizi segreti e negli ambienti politici conservatori a Belgrado, si diede alla fuga.


La sua latitanza durò per ben 16 anni, fino a quando fu catturato il 26 maggio 2011 in un villaggio nel nord della Serbia. Sottoposto a un lungo processo al Tribunale dell’Aja, fu condannato all’ergastolo nel 2017.
Dal 2024, Mladić era detenuto in un ospedale psichiatrico all’Aja, dove era costretto a letto da un anno e mezzo, a seguito di due ictus. Dallo stesso anno in cui il Il 23 maggio 2024 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato per l'11 luglio la giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.
Storia
A dare notizia della morte di è stata Lidija Pavićević, sottosegretaria di Stato presso il Ministero dei Diritti Umani e delle Minoranze della Serbia, affermando di aver ricevuto l’informazione dal figlio dell’ex comandante, Darko Mladić, citato da Tanjug.
Negli ultimi mesi la Serbia ne aveva chiesto il rilascio umanitario per motivi di salute, ma le loro richieste erano state respinte. In effetti, ha goduto fino alla fine di un trattamento assai più umanitario di quello che lui ha riservato per anni a donne, bambini, vecchi e adolescenti morti per suo ordine in Bosnia.
Nato il 12 marzo 1942 a Božinovići, a sud di Sarajevo, a soli due anni perse il padre, ucciso dagli ustascia croati alleati dei nazifascisti, e per tutta la vita odierà sia i croati sia i musulmani. La sua carriera cominciò con la guerra in Croazia scoppiata nel 1991, al comando delle unità dell’Esercito jugoslavo a Knin, e nel 1992 divenne comandante delle truppe dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia con a capo Radovan Karadzic.


In sei mesi conquistò il 70% del territorio bosniaco, avendo a disposizione la macchina bellica jugoslava contro croati e bosniaci musulmani. E nei tre anni successivi scatenò il terrore con l’assedio di Sarajevo, le uccisioni e gli stupri nel nome della «Grande Serbia».
La storia lo ricorderà come “il macellaio dei Balcani” e il “boia di Srebrenica”.
Le vittime e i loro familiari hanno avuto la loro giustizia terrena a cui ha cercato sempre di sfuggire, persino nelle aule del Tribunale.
Ora deve vedersela con il giudizio divino, qualunque esso sarà











